Notiziario: settembre 2010

Carissimi, in questo mese, il brano della Parola di Dio su cui pregare, meditare e condividere, ed il relativo commento del B. Cesare, riguardano il brano del Vangelo che ascolteremo nella XXV Domenica del Tempo Ordinario, il prossimo 19 settembre. Per la storia di famiglia riportiamo il ricordo di p. Dario Liscio, deceduto improvvisamente il 19 agosto u.s., scritto da p. Alessandro Iadecola.
Un caro saluto.  
P. Sergio La Pegna

DAL VANGELO SECONDO  LUCA (16, 1-13)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Dagli scritti del B. Cesare

Vi era un ricco, che aveva un fattore; il quale fu accusato davanti a lui di avere dissipato i suoi beni. Per comprendere bene queste prime parole della parabola, bisogna sa¬pere, chi è questo ricco, chi il fattore, quali sono i suoi beni e chi sono quelli che lo hanno accusato. Questo ricco è Gesù Cristo Signore nostro, ricco come Dio, e come uomo. L’amministratore è l’uomo, è il principe, il vescovo, il gentiluomo, il sacerdote, il ricco e il povero, anche il mendicante, perché non c’è alcuno fra gli uomini, al quale Dio non abbia dato qualche amministrazione dei suoi beni, avendo affidato a chi cinque talenti, a chi due, a chi uno. Volete voi sapere quali beni vi ha dato? Vi ha dato cose degne di lui. Lui vi ha dato tutto ciò che si trova dentro di voi, in voi e fuori di voi: dentro di voi la sua immagine e somiglianza; la memoria, l’intelletto e la volontà; in voi la salute, la forza e la bellezza; e fuori di voi il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che in essi è contenuto (Sal 8, 8-9); e perciò il povero, il ricco, il servo e il padrone, l’ecclesiastico e il laico, tutti insomma amministrano i beni e sono amministratori di questo sovrano Signore.
L’amministratore fu accusato presso il padrone come dissipatore dei beni di lui. Aggiunge il Vangelo che il Padrone chiamato a sé l’infe¬dele fattore, gli disse: “Che è quello che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più essere mio fattore”. Che cosa sento di te, o uomo ingiusto e avaro? La paga degli operai, che hanno mietuto i tuoi possedimenti, de¬fraudata da te alza le grida, e il clamore di essi è pene¬trato nelle orecchie del Signore degli eserciti. Che cosa sento di te, o ricco? Le lacrime della vedova, che scorrono sulle sue guance, dalle sue guance salgono fino al cielo, accu¬sando la tua durezza e la tua insensibilità ai bisogni degli infelici. Quel povero chiedeva un abito che a te non serviva, e tu piuttosto lo hai lasciato divorare dai tarli; quella miserabile deside¬rava invano la restituzione di quella coperta che tu tenevi in pegno, e la lasciasti intirizzire dal freddo. Quel bambino im¬plorava gli avanzi della tua mensa per sfamarsi, e tu li la-sciasti perdere, e hai preferito a lui i tuoi cani; ora rendi con¬to di questo tuo comportamento: “Rendi conto della tua amministrazione”. Di quante cose delle quali abbia¬mo poca stima dovremo rendere conto! Esaminiamo dunque, o cristiani, il libro della nostra coscienza e vediamo se c’è qualche registrazione, che meriti correzione.
Io vorrei che queste parole “rendi conto” risuonassero continuamente alle nostre orecchie. O Eminenza, o Sacerdote, come hai servito la Chiesa? Come hai edificato i fedeli con la tua condotta? O religioso, come hai tu osservato gli obblighi dei tuoi  voti  e delle tue costituzioni? O coniugato, a qual fine ti sei legato nel matrimonio? Come ne sei stato fedele? Come hai cresciuto ed edu¬cato i tuoi figli?
“So ben io quello che farò”, disse il disonesto amministratore nella sua disperazione, affinché quando mi sarà tolta l’amministrazione. Così un’anima che è vicina a com¬parire davanti al suo divin giudice, per quante colpe abbia commesse, non deve disperare, non deve credere che la sua iniquità sia maggiore della misericordia del suo Dio. Questa diffidenza sarebbe un peccato molto più grave di tutti gli altri che può avere commessi. Ma sull’esempio del fattore del vangelo deve dire anche lui: “so ben io quello che farò”. Manderò dei mediatori al mio Signore perché intercedano per me, sarò misericordioso verso il prossimo af¬finché per mezzo di questo io trovi misericordia, quando sarò chiamato al rendiconto.

Dalla “Storia di Famiglia”: In ricordo di p. Dario Liscio

Non riesco ancora a credere alla improvvisa scomparsa di Padre Dario: quando entro nella chiesa per la messa serale, mi sembra ancora di vederlo, seduto al terz’ultimo banco, intento a recitare il Rosario comunitario. Eppure non c’è più, ma a tutti noi parrocchiani, che  per lui avevamo stima e affetto sincero, sembra ancora partito per una breve vacanza, dalla quale  tornerà presto.
Il primo ricordo che conservo di Padre Dario Liscio risale al giorno della sua ordinazione sacerdotale, alla quale anch’io presenziavo insieme alla folla di fedeli, giunti anche da fuori. Colpì la mia immaginazione di ragazzina la prassi del prostrarsi completamente a terra, assunta durante quella cerimonia, che simboleggia   il dono totale di sé a Dio che compie il novello prete. Proprio questo atteggiamento mi appare il simbolo dell’intera vita di Padre Dario, divenuto e rimasto Dottrinario, nella fedeltà e nella coerenza all’ideale scelto, fino al termine della sua vita terrena.
Dopo un certo periodo trascorso nella Parrocchia di S. Marco in Pontecovo (FR), era stato destinato ad assumere le funzioni di parroco nella chiesa Madonna Assunta della città di Vittoria, in provincia di Ragusa, dove per 25 anni aveva insegnato Filosofia nel locale Liceo classico e scientifico. In quella parrocchia aveva esercitato il suo ministero seguendo la nascita del gruppo di ‘Laici Dottrinari’ e si era anche prodigato come assistente spirituale del Centro di Iniziativa Sociale ‘Don Sturzo’, nonché del Centro studi ‘Angelo Campanella’. Trasferito nel 2004 nella nostra parrocchia di S. Marco, vi aveva rinnovato  la pratica dell’adorazione Sacramentale ogni giovedì, che egli curava in modo speciale. Aveva anche portato avanti un corso di esegesi sul nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, appunto com’è nella specifica vocazione dei Padri Dottrinari.
All’inizio dell’ estate ci aveva messo a parte dei suoi progetti di viaggio, il primo a Cavaillon, in Provenza, dove era nato ed aveva operato Padre Cesare de Bus, fondatore nel 1592 dell’Ordine, mentre il secondo riguardava la sede del Burundi, dove si sarebbe svolta la cerimonia di ordinazione di un novello sacerdote del posto. Al suo ritorno  ci ha parlato con entusiasmo dello spirito cristiano, profondo e sentito, che aveva trovato in Africa e che, in qualche modo, avrebbe voluto trasfondere e rinvigorire anche nella nostra comunità. Il 19 agosto, tuttavia,  mentre si godeva un breve riposo dalle sue attività sacerdotali presso i propri parenti a Campomarino, nel Molise, è stato colto da un improvviso malore che lo ha portato alla morte. Sono stati grandissimi, alla notizia, lo sconcerto e la commozione della nostra comunità parrocchiale, che lo conosceva bene e che lo stimava profondamente. Tuttavia le Fede che con tanta convinzione Padre Dario propugnava e che ci ha insegnato ad approfondire, ci fa sperare che dal Paradiso egli voglia continuare la sua opera di mediatore tra noi e Dio e che il suo esempio possa divenire seme di vocazioni sacerdotali e religiose autentiche, di cui il nostro territorio e il nostro tempo avvertono il profondo bisogno.
p. Alessandro Iadecola

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