IV Centenario della morte

Dall’Osservatore Romano del 7 ottobre 2007

Tornare alle origini per riprendere il cammino con rinnovato slancio apostolico

Concluso l’anno giubilare per il IV centenario della morte del Beato Cesare de Bus, Fondatore dei Padri della Dottrina Cristiana
Il 15 aprile 1607, giorno di Pasqua, moriva ad Avignon (Francia) il B. Cesare de Bus, sacerdote, catechista e fondatore della Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana. Così il primo biografo, J. Marcel, racconta la sua morte: “Prima che perdesse del tutto la parola, i Padri e i Fratelli presenti vollero rinnovare nel Signore davanti a lui il voto di obbedienza, manifestando così la loro volontà di vivere e di morire nella Congregazione. Verso la mezzanotte del sabato santo, inizio della solennità della Risurrezione del Signore, tutti i Padri e i Fratelli si raccolsero nella sua camera per essere presenti al suo trapasso. Mentre pregavano per lui, la difficoltà di respiro cessò, ed egli stette per circa un’ora sereno e tranquillo. All’improvviso apparvero sul suo volto alcune gocce di sudore accompagnate da tre lievi sospiri. Poi, senza alcun movimento o contrazione, spirò. Si concludeva in tal modo la sua esistenza coronata da una veneranda anzianità, ricca di tribolazioni, di sofferenze, di virtù e, soprattutto di una meravigliosa perfezione di vita. Era il 15 aprile 1607, nell’ora in cui noi crediamo che il nostro Signore Gesù Cristo é uscito dal sepolcro, vincitore della morte e dell’inferno”. Colpito dal suo zelo e dall’originalità del suo stile catechistico, Paolo VI lo proclamò Beato il 27 aprile dell’anno santo 1975, additandolo alla Chiesa come modello per i catechisti.

I Padri Dottrinari hanno desiderato celebrare il quarto centenario della morte del Fondatore durante tutto un anno, racchiudendolo nelle significative parole pronunciate dallo stesso alla vigilia della morte: “Domani è Pasqua. Per me lo sarà due volte!”.

Tre le tappe che hanno scandito l´anno giubilare: a Roma il 30 settembre 2006, 414° anniversario di fondazione della Congregazione: inizio della memoria; a Cavaillon, città natale, “Festa della santità” il 15 aprile 2007, 400° anniversario di morte del B. Cesare: nel cuore del carisma; a Roma il 29 settembre 2007, 415° anniversario di fondazione della Congregazione: proiettati verso il futuro.

Come ha affermato il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, è stato un vero itinerario spirituale, un ideale pellegrinaggio che ha visto l’intera famiglia dei Padri della Dottrina Cristiana “tornare” alle origini per riprendere il cammino con rinnovato slancio apostolico, in piena fedeltà al carisma del Fondatore. È stato anche un anno ricco di grazia, segnato dalla presenza del Reliquiario in tutte le comunità dottrinarie.

Settembre 2006: inizio della memoria

A Roma, nella Chiesa di S. Maria in Monticelli, che custodisce i resti del Beato, ha avuto luogo l’apertura dell’anno giubilare con una solenne Concelebrazione, presieduta dal Card. Josè Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Il Cardinale, nell´omelia, ricordando le priorità dell’incontro con Dio e della catechesi, su cui il B. Cesare fondò la sua vita, invitò i presenti a seguirne l’esempio, in particolare nell’ascolto della Parola di Dio, nella Celebrazione Eucaristica e nell’essere, secondo un’espressione del Beato, “catechismo vivente”. Ha sollecitato a valorizzare l’anno giubilare come occasione propizia per diffondere la conoscenza e la devozione al Beato, invitando particolarmente i catechisti a vedere in Cesare de Bus un modello di vita. “Essere catechisti – ha affermato il Cardinale – significa non solo trasmettere bene la Parola di Dio, ma soprattutto viverla e comunicarla nella testimonianza del proprio amore per Dio”. Ha concluso esprimendo l´auspicio di veder presto canonizzato il Beato Cesare, affinché i catechisti trovino in lui un maestro e un modello da seguire nel loro ministero e nella loro vita.

Al termine dell’Eucaristia il Cardinale Prefetto ha benedetto il Reliquiario, destinato ad essere segno della presenza del Beato Fondatore nelle comunità dottrinarie.

Per l’occasione dell’inizio dell’anno giubilare, anche il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato, tramite il Segretario di Stato, un messaggio ai Padri Dottrinari. In esso, il Papa ha auspicato, che una così importante ricorrenza contribuisse a porre ulteriormente in luce l’esemplare vita evangelica del Beato, a sottolinearne l’attualità del messaggio e ad imprimere rinnovato slancio all’attività spirituale missionaria dei suoi figli spirituali. Benedetto XVI ha affermato ancora che rimane sempre valida l’intuizione del Beato de Bus, quella cioè di proclamare in modo integrale il messaggio di Cristo e di accompagnarne la predicazione con un sincero impegno di conversione, testimoniando con la propria esistenza l’amore misericordioso di Dio che salva. Il Papa ha concluso esortando i figli spirituali del B. Cesare ad intensificare ancor più lo spirito di fraterna comunione in ogni comunità.

Tali preziose indicazioni sono state accolte dai Dottrinari e dai laici, a loro vicini. L’anno giubilare ha risvegliato interesse per questa figura di catechista del XVI secolo che, in un mondo provato da guerre civili, dalla fame, dalla povertà e dall´ ignoranza religiosa, decise di consacrare la sua vita all’annuncio del Vangelo. Il Reliquiario del Beato, portato nelle comunità dottrinarie di Italia, Brasile, Francia, India e Burundi, ha ricevuto ovunque segni di venerazione. Durante il pellegrinaggio delle reliquie, le comunità religiose dottrinarie hanno coinvolto Vescovi, presbiteri, consacrati, catechisti e fedeli delle Diocesi in cui sono presenti, offrendo cosí l´opportunitá di conoscere il Beato Cesare de Bus ed il suo metodo catechistico.

15 aprile 2007: nel cuore del carisma

Il cuore dell’anno giubilare è stato vissuto a Cavaillon, città natale del Beato, situata a pochi chilometri da Avignon. Per l’occasione l’Arcivescovo di Avignon, Mons. Jean-Pierre Cattenoz, ha raccolto a Cavaillon l´intera Chiesa diocesana per la “Festa della santità”. Durante la Solenne Concelebrazione l’Arcivescovo, rivolto ai numerosissimi fedeli, ha detto: “Potete vivere il Vangelo in ciascuna delle vostre parrocchie nel cuore della Chiesa diocesana. Quattro elementi sono le priorità di ogni vita parrocchiale: l’annuncio del Vangelo, la formazione a una vera vita in Cristo, la liturgia dove la vita divina ci viene donata, e infine il servizio della carità che è irradiamento dell’Amore che abita in noi. Tutto questo faceva parte della vita quotidiana di Cesare de Bus. Egli percorreva le strade di Cavaillon, chiamava i giovani e li portava tutti alla Cattedrale per fare loro il catechismo. Aveva anche capito che, per formare bene i bambini, bisognava anche formare i genitori, per questo passava di casa in casa per testimoniare Gesù e la Chiesa. Questo dinamismo che è sempre stato quello dei santi deve essere il nostro anche oggi”.

Tale Celebrazione è stata davvero un’esperienza di Chiesa, di una Diocesi e una Famiglia religiosa che, insieme, hanno reso grazie a Dio per questo santo uomo, “onore del presbiterio diocesano”, che ha catechizzato, percorrendo a piedi tutta la Provenza, ed ha fondato una Congregazione che, da oltre quattrocento anni, continua ad offrire il suo umile servizio nella Chiesa.

29 settembre 2007: proiettati nel futuro

La terza tappa, la più impegnativa, è iniziata a Roma, in occasione della chiusura del giubileo. Il Superiore Generale, p. GianMario Redaelli, nella sua lettera alle comunità in questa occasione, ha invitato a proiettarsi nel futuro, mantenendo vivo l’entusiasmo per l’annuncio della Parola di Dio, ragione dell’impegno della Congregazione nella Chiesa, come lo fu per il Fondatore. “L’essere andati alle origini della storia di religiosi “riuniti in fraternità”- afferma il Superiore Generale – ci ha resi testimoni e custodi dei doni che lo Spirito ha riversato nella vita del Fondatore. Egli, obbedendo allo Spirito, ha dato fecondità alla sua vita e missione, lasciando la strada di una vita insignificante per intraprendere la via del servizio, più faticosa, ma anche esaltante. Come non vedere dunque nell’anno giubilare un vigoroso richiamo ad acquisire il vero spirito che anima una comunità di fratelli? Come non avvertire l’impegno ad esprimerlo in modo adeguato? Una fraternità fatta di stima reciproca, di apprezzamento dei doni presenti in ciascuno dei confratelli e del lavoro che svolge. In una parola una vera comunione di vita e di intenti che, come frutto del giubileo, potremmo offrire alla Chiesa, di cui siamo figli, e al mondo di cui siamo cittadini”. Da ciò deve nascere un rinnovato impegno per una vita fraterna impregnata di più preghiera, più obbedienza e fedeltà alla Parola di Dio e alle Costituzioni, che sono la prima scuola di fraternità, più amore alla Chiesapiù attaccamento alla Congregazione, più attenzione alla nostra personale formazione.

Il 29 settembre, con una solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta dal Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, si è chiuso l’anno giubilare. Per l’occasione sono giunti a Roma: una delegazione di Cavaillon, guidata dal Sindaco, l’Arcivescovo di Avignon, Mons. Jean-Pierre Cattenoz, i Vescovi dottrinari, Josè Alves da Costa e Vilson Dias de Oliveira, rappresentanze di tutte le comunità dottrinarie e sacerdoti, religiosi, religiose e laici vicini alla Congregazione.

Il Card. Bertone, nella sua omelia, ha invitato i figli spirituali del Beato Cesare e tutti i presenti a proiettarsi nel futuro, consacrandosi totalmente alla catechesi e alla formazione dei catechisti e tendendo sempre verso la santità della vita. In un passaggio dell’omelia, il Cardinale Segretario di Stato ha detto: “Oggi come allora è urgente un annuncio autentico e coraggioso del Vangelo. Insieme ai laici vicini alle vostre realtà, consacrate voi stessi alla catechesi e alla formazione dei catechisti. Ricordate però che è la tensione verso la santità il vostro compito essenziale e prioritario. La santità è il migliore apporto che potete offrire alla nuova evangelizzazione, come pure la garanzia di un servizio autenticamente evangelico in favore dei più bisognosi della Parola di salvezza”.

In sintonia con tutto ciò, a conclusione dell’anno giubilare, la Congregazione ha pensato tre segni:

  • La consegna dell’icona del B. Cesare, realizzata dalla prof.ssa Luciana Siotto, ai rappresentati di ogni Paese in cui la Congregazione è presente, per indicare che, sull’esempio del Beato, una autentica vita di preghiera deve accompagnare ogni suo discepolo.
  • Il sostegno della formazione dei catechisti in terra di missione. La venerazione tributata alle reliquie del Fondatore a Ruziba, in Burundi, ha suggerito l’idea di sostenere economicamente la formazione ed il servizio di Catechisti per la Chiesa del Burundi.
  • La consegna al Papa di una somma per un progetto che stia a cuore alla sua sensibilità di Pastore della Chiesa universale.

Con Maria, sempre venerata dal Beato Cesare con amore di figlio, i Padri Dottrinari, con questo anno di grazia, hanno voluto elevare il canto del “Magnificat” per quanto il Signore ha operato nella vita e nella missione di Cesare de Bus e intensificano la loro preghiera perché si possa presto vedere il giorno della sua canonizzazione.

Omelia del Card. Josè Saraiva Martins, cmf, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, per l’inizio dei festeggiamenti per il quarto centenario della morte del B. Cesare de Bus
Roma, S. Maria in Monticelli – 30 settembre 2006


1.  Reverendissimo dom Josè Alves da Costa, rev.mo Padre Generale, cari Padri Dottrinari, carissimi fratelli e sorelle tutti in Cristo, sono profondamente lieto di presiedere questa Solenne Celebrazione Eucaristica, con la quale, iniziamo oggi, memoria del 414° anniversario della Fondazione della Congregazione dei Padri Dottrinari, i festeggiamenti in onore del B. Cesare de Bus, in occasione del quarto centenario della morte.
Attorniato dai primi Dottrinari, egli moriva ad Avignon (Francia), il 15 aprile 1607.  Era il giorno di Pasqua e nella Pasqua del Signore si innestava la sua pasqua. Il Sabato Santo, presagendo vicina l’ora della morte, disse:“Domani è Pasqua! Per me lo sarà due volte”. Se è vero, come popolarmente si dice, che si muore come si è vissuto, bisogna dire che la morte di Padre Cesare è davvero quella di un santo esemplare.
Sono passati ben quattrocento anni e noi vogliamo farne memoria, perché i Santi appartengono a tutte le epoche. Essi sono sempre a noi contemporanei, come ben diceva Giovanni Paolo II, il Papa della santità: “I Santi non invecchiano praticamente mai. Essi restano testimoni della giovinezza della Chiesa” (G.P.II 2-6-1980).  La santità, come sappiamo, consiste nella perfetta unione con Cristo. Essa è il frutto della grazia di Dio e della libera risposta dell’uomo. La santità non è realizzare qualcosa di straordinario, lontano dalla portata dell’uomo comune, bensì consiste nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie, nel lavoro, nella scuola, nella famiglia, nel sacerdozio o nella vita consacrata. I santi hanno preso sul serio la vita e hanno saputo donarla, sono coloro che ci garantiscono che è possibile vivere e mettere in pratica il Vangelo. In una parola: è santo colui che segue fedelmente  Gesù.

2.  In questo cammino di santità ogni cristiano è chiamato a confrontarsi quotidianamente con la Parola di Dio, a seguire il Maestro sulla via della croce, che è strada dell’amore e del servizio fino al dono della vita.
È questo l’invito che ci viene da questa 26° domenica del Tempo Ordinario, prima domenica di ottobre, mese dedicato alle missioni.
La Prima Lettura che abbiamo appena ascoltato, mette in guardia coloro che hanno ricevuto lo Spirito di Dio a non pensare di essere i soli beneficiari dei doni di Dio. “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore!”, esclamò Mosè. Quale insegnamento stupendo: gioire dei doni che il Signore elargisce quotidianamente ad ogni persona, al di là di ogni nostra aspettativa. Dio è più grande dei nostri piccoli schemi mentali. È l’invito che ci viene dal Vangelo testé proclamato: “Chi non è contro di noi è per noi!”. Chiaro appello a non provare gelosia per chi compie il bene, anche se appartiene a un altro gruppo o un’altra razza.
La seconda lettura odierna, con il suo forte invito a non dimenticarci dei poveri, e il Vangelo, con l’attenzione a non scandalizzare i piccoli, ci richiamano una realtà fondamentale dell’insegnamento di Gesù, impegno prioritario di ogni azione pastorale, comunitaria e personale: essere premurosi verso coloro che sono “fragili nella fede”.
Il vero discepolo di Cristo, dunque, è uno che:
 -è attento ai germi di verità che possono germogliare nel cuore di ogni persona che vive sulla faccia della terra;
 -non custodisce in cuore pericolose gelosie, al contrario gioisce per il bene che viene seminato ovunque nel mondo;
 -non monopolizza la Parola di Dio, ma se ne rende umile servitore;
 -non mette inciampi sul cammino di chi è debole nella fede, ma lo sorregge con premura.
Come non vedere, carissimi fratelli e sorelle, in questo ritratto del vero discepolo di Gesù, suggerito delle letture odierne, il ritratto del B. Cesare de Bus? Come non sentire l’attualità del suo messaggio, anche se sono passati quattro secoli?

3. I Santi sono sempre attuali. P. Cesare ha fondato la sua vita intorno a due priorità, che ha vissuto con grande intensità e che propone ad ogni persona che si accosta a lui: la priorità dell’incontro con Dio e la priorità della catechesi.
La prima priorità che ci consegna il De Bus oggi è quella dell’incontro con Dio. Il beato Cesare è un testimone del primato assoluto di Dio nella sua vita perché per il Signore ha speso tutte le sue energie. Il vero protagonista della vita del beato Cesare è Dio, nient’altro che Dio, sempre e solo Dio. La sua intensa missione non gli impediva di mettere al centro della sua vita la contemplazione come evento di grazia e preghiera costante. Per questo aveva scelto San Bernardo come suo modello di vita interiore: per unire sempre azione e preghiera, vita attiva e contemplazione. Amare Dio amando l’uomo, amare l’uomo senza dimenticare mai Dio e il suo amore come fonte necessaria e prima di ogni servizio.
Questa dimensione aiutò il Beato a portare la croce delle sofferenze fisiche e morali, come Gesù e con la gioia di unire le sue sofferenze a quelle del suo Signore.
Anche a noi suggerisce la priorità dell’incontro con Dio, in particolare nell’ascolto della Sua Parola e nella Celebrazione Eucaristica. Qui troviamo la sorgente e la forza del nostro impegno quotidiano.

La seconda priorità è l’invito ad essere “catechismo vivente”. P. Cesare ha consacrato tutta la sua vita al catechismo, ha fondato una Congregazione perché si dedicasse a questo compito fondamentale della Chiesa, ha invitato e formato ogni persona che incontrava ad essere catechista nel proprio ambiente di vita.
 Afferma il primo biografo che p. Cesare annunciava la Parola in modo semplicissimo. “Evitava, quasi fossero scogli pericolosi, termini ricercati, così pure argomenti inutili e curiosi, benché  gradevoli all’ascolto. La sua catechesi era ben strutturata, equilibrata, presentata con grazia e fervore in modo tale che non soltanto il popolo semplice, ma anche le persone istruite ne ricevevano soddisfazione e profitto. Anche i meno istruiti potevano capirlo. Raramente citava esempi e detti profani. In realtà il suo intento non era quello di rendere i suoi ascoltatori dotti, ma più credenti”.
I due pilastri che p. Cesare ha consegnato alla sua Congregazione, sono validi ancora oggi per ogni catechista:
Il primo pilastro: la catechesi o, come lo chiamava lui, l’esercizio della Dottrina Cristiana mediante un linguaggio immediato e semplice. Sono proprio due persone semplici e povere, Luigi e Antonietta, che hanno condotto Cesare sulla via della conversione e che hanno beneficiato per primi della sua attività evangelizzatrice. Nella sobrietà di vita, p. Cesare ha cercato di annunciare, in modo semplice e diretto, l’amore del Signore in particolare ai “piccoli” di cui parla il Vangelo. In questo senso anche la catechesi deve avere, per p. Cesare, sempre due coordinate:

 - il legame profondo alla Tradizione e al Magistero della Chiesa: p. Cesare ha studiato attentamente il Catechismo Romano; i catechisti devono fare sempre costante riferimento al Catechismo della Chiesa, primo fra tutti al Catechismo della Chiesa Cattolica e al suo Compendio;
 - l’immediatezza del linguaggio: p. Cesare e, successivamente la tradizione dottrinaria, hanno avuto come scopo quello di farsi comprendere da tutti, dai dotti e dal popolo semplice. Affermava nel discorso di fondazione della Congregazione: “Tutto in noi deve catechizzare; il nostro stile di vita sia così conforme alle verità insegnate da essere un catechismo vivente”. Ogni occasione, anzi la stessa vita del catechista, deve diventare “catechismo vivente”, per diffondere la luce che è Cristo, non solo con le parole, ma anche con i fatti.

Il secondo pilastro che deve sostenere la catechesi è la Chiesa locale. P. Cesare ha amato la Chiesa locale; tutto il suo sacerdozio lo ha speso per essa, prima a Cavaillon, poi ad Avignon. Su sua indicazione, anche i primi dottrinari si misero a servizio delle Chiese locali e così hanno fatto tutti i figli del B. Cesare che si sono succeduti nella storia plurisecolare della Congregazione. Del resto,la comunione e la collaborazione con il Vescovo e con tutte le componenti della Chiesa locale, deve essere per ogni catechista un punto irrinunciabile per un serio servizio alla Chiesa.

4.  L’occasione di questo anno giubilare, che iniziamo oggi, possa servire di impulso perché il B. Cesare sia più conosciuto e invocato, in particolare dai catechisti.
Ogni catechista può trovare nel beato Cesare un modello di vita: essere catechisti infatti significa non solo trasmettere bene la Parola di Dio, ma soprattutto viverla e comunicarla nella testimonianza del proprio amore per Dio. Il catechista è il primo catechismo vivente attraverso cui ragazzi, giovani e adulti possono scoprire la verità del Vangelo e accoglierlo.
Nel nostro tempo conta molto l’essere testimoni di santità e non solo comunicatori di verità. Un aspetto non può stare senza l’altro pena l’insignificanza del messaggio che comunichiamo. Il beato Cesare insegna questo equilibrio a noi sacerdoti e pastori, ai catechisti, ai genitori, a chiunque è chiamato a educare e comunicare il Vangelo e i valori della fede.
Paolo VI, durante l’Anno Santo del 1975, ha voluto beatificare p. Cesare, proponendolo come modello di vita per ogni cristiano, ma in particolare per i catechisti e per tutti gli annunciatori del Vangelo. Egli, nella sua omelia della beatificazione, disse: “Vogliamo parlare ai religiosi e ai preti dediti all’insegnamento della dottrina cristiana, cioè alla trasmissione della fede e
della Parola di vita. Ricordiamo i catechisti, artigiani della prima evangelizzazione missionaria e tutti i giovani volontari che sacrificando il loro tempo libero si dedicano all’annuncio del Vangelo. Oggi a titolo specialissimo è la loro festa!”.
Sì la festa del beato Cesare è la festa della catechesi e di ogni catechista che trova in lui un vero esempio e guida per l’opera più importante: quella del donare Cristo e la verità del Vangelo ad ogni persona perché trovi la pienezza della vita e la via che conduce alla vita eterna.
Diceva p. Cesare nel suo Testamento: “Scegliete un santo fra tutti, imitatelo e leggetene spesso la vita. Pregatelo ogni giorno perché vi comunichi il suo spirito e la sua santità. Cercate di essere un suo devoto e di seguire coraggiosamente le sue sante orme perché come lui possiate avere il medesimo desiderio di andare in cielo”.
L’augurio che io rivolgo a tutti i Padri Dottrinari, ai laici a loro vicino e, in generale, ad ogni presbitero e catechista, è che l’anno giubilare che apriamo, oggi, contribuisca a far conoscere questo catechista del XVI secolo, che con intuizione e umiltà ha saputo coniugare santità di vita ed efficacia di apostolato.
Chiedete l’intercessione del Beato, invocatelo in ogni circostanza della vita, pregatelo per i catechisti e per coloro che nella Chiesa hanno il delicato compito dell’evangelizzazione, domandate a Dio con convinzione e passione che questo suo figlio fedele possa essere dichiarato Santo, in modo che i catechisti sappiano trovare in Lui un maestro e un modello da seguire nel loro ministero e nella loro vita.
La Vergine Maria, alla quale il B. Cesare, con devozione filiale, affidò la Congregazione, interceda affinché ogni persona possa riconoscere ed accogliere sempre di più l’inesauribile bellezza, unicità ed attualità del dono che Dio ha fatto all’umanità: il Suo unico Figlio, Gesù Cristo, che è la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6), (come ha sottolineato Benedetto XVI,  nel Motu proprio per l’approvazione del Compendio della Chiesa Cattolica).

Omelia di S. Ecc.za Mons. Jean-Pierre Cattenoz, Arcivescovo di Avignon per la festa della Santità, nel IV centenario della morte del B. Cesare – Cavaillon- 15 aprile 2007

Al mattino di Pasqua, né le donne, né i discepoli, né lo stesso Pietro capiscono quello che è successo. I discepoli pensano addirittura che le donne hanno perduto la testa. Non arrivano a credere! Occorre che il Risorto riprenda le cose in mano!
Raggiunge, dunque, i discepoli che rientrano a Emmaus. Li raggiunge e fa la strada con loro. Oggi, ancora, (il Risorto) ci raggiunge tutti nell’oggi della nostra vita per fare la strada con noi. E’ presente, e regola i suoi passi sui nostri passi. Pone allora una domanda ai discepoli: “Di che cosa discutevate lungo il cammino?”. Ed essi condividono con lui la tristezza racchiusa nel loro cuore. Oggi ancora, Gesù ci fa la stessa domanda: “Che cosa c’è nel tuo cuore, nella tua vita? Non aver paura di dirmi i segreti del tuo cuore!”.
Poi, dopo averci lasciato parlare, riprende in mano la situazione, rilegge con noi la parola di Dio che diventa luminosa della luce stessa di Colui che è la luce del mondo. Il nostro cuore come quella volta quello dei discepoli diventa tutto infiammato, infiammato dell’amore di Colui che è la sorgente dell’amore.
Allora come quella volta, un grido sgorga dal nostro cuore: “Resta con noi!”. Vogliamo continuare anche noi a camminare con lui attraverso la bibbia sulle nostre strade di ogni giorno. Allora come quella volta, egli entra per spezzare il pane con noi e al momento stesso in cui lo riconosciamo attraverso il gesto del pane spezzato, egli scompare. In effetti, non abbiamo più bisogno della sua presenza fisica perché ci ha dato un’altra presenza meravigliosa, più profonda e più bella ancora. E’ presente nella sua Parola; è presente nel pane e nel vino diventati suo corpo e suo sangue; è presente in mezzo alla nostra assemblea e tutto questo è diventato possibile attraverso la sua presenza in colui che presiede l’Assemblea, il vescovo o i sacerdoti suoi collaboratori. Ma ha voluto ancora di più: ci dona di unirci a Lui, di comunicare al suo corpo e al suo sangue affinché noi diventiamo ciò che riceviamo fino a fare una cosa sola con Lui. Donandosi a noi, ci dona di comunicare gli uni agli altri come membra di uno stesso corpo. Sì, l’ Eucaristia domenicale fa la Chiesa, costruisce la Chiesa, di là deriva la sua importanza vitale per tutti noi.
Tutto questo il Beato Cesare de Bus l’aveva capito e lo viveva nella sua vita quotidiana. Oggi, dall’alto del cielo, non pensate che egli sia diventato indifferente alla Chiesa nella quale era sacerdote o ai fratelli della Congregazione di cui fu il Fondatore. Al contrario, egli è tanto vicino a noi per aiutarci, come un fratello, a camminare al seguito di Gesù sulla strada del Vangelo. Soprattutto non pensate minimamente che questa strada non sia per noi. Potete vivere il Vangelo in ciascuna delle vostre parrocchie nel cuore della Chiesa diocesana. Quattro elementi sono le priorità di ogni vita parrocchiale: l’annuncio del Vangelo, la formazione a una vera vita in Cristo, la liturgia dove la vita divina ci viene donata, e infine il servizio della carità che è irradiamento dell’Amore che abita in noi. Tutto questo faceva parte della vita quotidiana di Cesare de Bus.
Egli percorreva le strade di Cavaillon, chiamava i giovani e li portava tutti alla Cattedrale per fare loro il catechismo. Aveva anche capito che, per formare bene i bambini, bisognava anche formare i genitori allora passava di casa in casa per testimoniare Gesù e la Chiesa. Questo dinamismo che è sempre stato quello dei santi deve essere il nostro anche oggi. All’inizio del terzo millennio, noi dobbiamo inventare la nostra maniera di raggiungere i giovani e i meno giovani per mostrare loro il cammino del Vangelo, il cammino di un’autentica vita in Cristo, nella Chiesa.
Cesare de Bus ha capito molto presto che occorreva organizzarsi, formare dei catechisti, redigere un catechismo che sarebbe come un condensato del Vangelo. Questo noi l’abbiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica dove tutti possiamo attingere.
Al di là del suo dinamismo missionario, Cesare de Bus era un grande orante che viveva dei sacramenti e voleva aiutare a vivere tutti quelli che avvicinava. Durante tutta la vita egli passava lungo tempo in preghiera ai piedi del suo Signore. Voleva lasciarsi plasmare da Lui.
Viveva dell’Eucaristia e la sua più grande gioia era quella di generare alla Chiesa nuovi figli attraverso i sacramenti.
La sua gioia più grande era quella di essere servitore del suo Signore per dare i sacramenti che danno vita e voleva riunire intorno a sé numerosi fratelli che bruciavano del suo stesso desiderio. E quando vede tutti i giovani che sono qui in mezzo a noi, pensa a tutti quelli che il Signore chiama al servizio della Chiesa e ripensa a quel giorno in cui una frase del Vangelo lo toccò: “Anche tu, vieni, seguimi!”. Egli li porta tutti nella sua preghiera affinché abbiano la forza di rispondere alla chiamata del Signore per partire alla sua sequela.
Sappiamo quanto Cesare de Bus era sempre attento ai bisogni dei più poveri per i quali egli aveva un amore di predilezione. Egli ci invita ad andare sempre più in profondità nel servizio della carità verso tutti.
Infine, quando egli vede tutte le nostre parrocchie e la nostra Diocesi, si meraviglia di quello che si vive di bello e ci invita ad andare al largo per andare in avanti e se avesse un consiglio da darci, questo sarebbe certamente di fare come tutti santi, di irradiare la carità in tutte le circostanze, di lasciarci condurre ed abitare dallo Spirito Santo e di vivere sempre più vicini a Maria perché è veramente la Madre che, oggi ancora, ci genera tutti nella potenza dello Spirito Santo.
Prima di concludere, vorrei ringraziare i nostri fratelli della Dottrina Cristiana. Essi hanno il loro posto nella nostra Chiesa diocesana, essi sono a casa loro,  noi contiamo su di loro e li assicuriamo della nostra preghiera. Amen!

Omelia del Card. Tarcisio Bertone, sdb, Segretario di Stato di Sua Santità, in occasione della chiusura dei festeggiamenti del IV centenario della morte del B. Cesare
Roma, 29 settembre 2007 – S. Carlo ai Catinari (Roma)

Cari fratelli e sorelle nel Signore!

Con l’odierna celebrazione si concludono le manifestazioni commemorative del IV centenario della morte del Beato Cesare de Bus, Fondatore della vostra Famiglia religiosa. Questo singolare anno giubilare, che si è aperto il 29 settembre dello scorso anno con un particolare messaggio del Santo Padre, ha avuto tre momenti significativi, ognuno con un tema  da approfondire. “Nel segno della memoria”, il primo; “nel cuore del carisma”, il secondo ed infine, quest’oggi, “proiettati nel futuro”.  Questo anno è stato insomma un vero itinerario spirituale, un ideale pellegrinaggio che ha visto l’intera famiglia dei Padri della Dottrina Cristiana “tornare” alle origini per riprendere il cammino con rinnovato slancio apostolico, in piena fedeltà al carisma del Fondatore.

È per me un vero piacere, questa sera, presiedere l’Eucaristia attorniato da voi, cari figli spirituali del beato Cesare de Bus, provenienti dalle diverse case dell’Italia, della Francia, del Brasile, del Burundi e dell’India. A voi tutti rivolgo un saluto cordiale, ad iniziare dal vostro Preposito Generale, P. Giovanni Mario Redaelli, che mi ha cortesemente invitato a vivere con voi questa fausta ricorrenza. Saluto Mons. Jean Pierre Cattenoz, Arcivescovo di Avignon, dove il 15 aprile del 1607 morì il vostro Fondatore. Saluto Mons. José Alves da Costa e Mons. Vilson Dias de Oliveira, Vescovi brasiliani appartenenti al vostro Istituto. Saluto le Autorità presenti, i sacerdoti, i religiosi e le religiose vicini alla vostra Congregazione e i fedeli di questa parrocchia San Carlo ai Catinari, retta dai cari Padri Barnabiti, dei quali saluto il Superiore Generale qui presente. A tutti trasmetto con gioia soprattutto il saluto e la benedizione che Sua Santità Benedetto XVI invia con affetto, incoraggiando ognuno di voi a proseguire con entusiasmo e fedeltà la vostra opera nella Chiesa al servizio dell’evangelizzazione.
 
Il nostro incontro è iniziato nella Chiesa di Santa Maria in Monticelli, dove si trova la tomba del beato Cesare de Bus. Mentre vi sostavo accanto in preghiera pensavo a quante volte san Giovanni Bosco si soffermò anche lui a pregare in quella vostra chiesa per venerare l’immagine di Maria Ausiliatrice ivi conservata. Esiste, pertanto, un legame che unisce la famiglia salesiana alla vostra, legame sottolineato anche dal fatto che, come scrive il salesiano Giambattista Lemoyne nelle memorie biografiche di don Bosco, fu lo stesso don Bosco a volere che un Padre dottrinario, Andrea Barrera, tenesse il discorso di inaugurazione della chiesa di san Francesco di Sales, a Valdocco, in Torino. Dal Paradiso ora vegliano su di noi ed intercedono per noi questi due fedeli servitori del Vangelo, ai quali Gesù disse sicuramente accogliendoli nel momento della morte: “Bene, servo buono e fedele… prendi parte alla gioia del tuo Signore” (Mt 25, 23). Quest’oggi è in particolare il beato Cesare de Bus a ricordarci che la nostra patria definitiva è il Cielo e che la nostra vocazione, vocazione di tutti i cristiani, è vivere il Vangelo con piena fedeltà, imitando l’esempio dei Santi. In effetti, l’intero anno giubilare che quest’oggi concludiamo è stata una propizia occasione, come ebbe ad esortare nel suo Messaggio lo scorso anno Benedetto XVI,  per “porre in luce l’esemplare vita evangelica del Beato e per sottolinearne l’attualità del messaggio” al fine di prolungarne l’apostolato a favore dei giovani e di quanti attendono l’annuncio e la testimonianza del Vangelo.
  
Ma qual è, in sintesi, il messaggio che il vostro Fondatore presenta anche agli uomini e alle donne di questo nostro secolo? A questo riguardo, conservano piena efficacia le parole pronunciate da Paolo VI nella Basilica di San Pietro, il 27 aprile 1975, quando lo iscrisse nell’albo dei Beati. Il Papa ebbe a dire allora: “Il beato Cesare è figura che attrae e fa pensare: il suo fermissimo proposito di conversione, il suo programma di evangelizzazione fino alla morte, presentano un fascino tutto moderno e ci dicono che nulla è impossibile a chi abbia preso sul serio la vocazione alla santità”. Questo indomito e ardimentoso sacerdote intuì la necessità di far conoscere Gesù Cristo, Via, Verità e Vita, agli uomini del suo tempo, mantenendo sempre una docile e inalterata fedeltà al Magistero della Chiesa, faro di verità in un  mondo spesso privo di saldi riferimenti ideali. Esimio apostolo della catechesi, il Beato Cesare de Bus soleva ripetere “Bisogna che tutto in noi catechizzi, dobbiamo diventare un catechismo vivente”. Ecco sintetizzata in poche parole la formidabile eredità che egli lascia alla sua Famiglia religiosa e a quanti ne condividono il carisma. Una missione al servizio di tutti, ma specialmente rivolta ai giovani e ai poveri, destinatari privilegiati delle cure  materiali e spirituali del vostro Fondatore

La parola di Dio, che ci propone la liturgia di questa XXVI domenica del tempo ordinario, ci invita a guardare con amore alle esigenze dei poveri. Il profeta Amos, nella prima Lettura, attacca coloro che, dopo aver accumulato ricchezze e proprietà a danno del popolo, conducono una vita di lusso e di sperperi. Ugualmente Gesù, nella commovente e persino drammatica parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, ci invita a non dimenticare i tanti poveri che giacciono alla porta delle nostre case e lungo le strade delle nostre città. Quanti poveri, individui e popoli, bussano alle porte dei ricchi del mondo! Questi poveri Gesù li identifica nel personaggio di nome “Lazzaro”; sono persone alle quali solo Dio pensa ed aiuta, come dice lo stesso termine “Lazzaro”, che significa “Dio aiuta”. Oggi ci sono tanti poveri che hanno bisogno di aiuti materiali; ci sono ancor più poveri che hanno necessità di aiuti spirituali. Quanti, pur forniti di beni, sono privi dell’unico ed indispensabile Bene che è Dio! La più grande povertà non è forse, come notava Madre Teresa di Calcutta, la mancanza di amore, la mancanza di Dio?

Proprio per venire incontro a questo bisogno spirituale essenziale per l’uomo, Cesare de Bus, nel suo impegno catechistico, si è indirizzato specialmente ai piccoli e ai poveri, non escludendo però nessuno dall’annuncio del Vangelo. Per rendere le sue catechesi attraenti e di facile comprensione, egli si serviva di strumenti semplici ed efficaci come: tavolette con scene evangeliche da lui stesso dipinte, canti, poesie (anticipando in un certo senso l’utilizzo dei moderni audiovisivi). Con linguaggio immediato ed accessibile a tutti, utilizzava abbondantemente la parola di Dio, applicandola ai casi concreti della vita quotidiana. Come è stato giustamente osservato, il vostro Fondatore ha anticipato non pochi aspetti che il Concilio Vaticano II e il rinnovamento della catechesi hanno attuato in questi anni, e che rappresentano un punto di forza della nuova evangelizzazione. La catechesi, o come amava dire il vostro Beato, “l’esercizio della dottrina cristiana”, deve essere la prima missione della Chiesa, da
svolgere in piena fedeltà a Dio, nel senso che la parola non è proprietà della Chiesa e del catechista, ma dono del Signore da accogliere con docile obbedienza e in piena fedeltà all’uomo, nel senso che ogni persona necessità d’una catechesi adattata alle sue esigenze, capace di rispondere a suoi interrogativi ed alle sue attese.

Tutto questo presuppone logicamente una totale dedizione a Cristo. E così fu la vita del vostro Fondatore. Sembrano quasi una sintesi della sua esperienza esistenziale le parole che l’apostolo Paolo rivolge, nella seconda Lettura, al discepolo Timoteo: “Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni” (1Tm 6,12). Dal momento della sua conversione, nell’Anno Santo del 1575, il beato Cesare “ha combattuto la buona battaglia”, consacrando tutte le sue energie all’annuncio della parola di Dio, a lungo da lui pregata, meditata e studiata. Bisogno essere, diceva, “catechismo vivente”. E lui lo è stato veramente! Testimone nella sua vita del primato assoluto di Dio. Leggendo la sua biografia, si rimane impressionati dallo spirito di contemplazione che lo caratterizzava, dalla sua austerità e dal suo zelo sacerdotale. Era convinto che l’efficacia dell’apostolato proviene dall’unione orante con Dio, ed aveva scelto come modello di vita interiore san Bernardo, nel costante impegno di unire azione e preghiera, vita attiva e contemplazione. Aveva intuito che, per portare a compimento l’ardua missione di messaggeri del Vangelo, è necessario mantenere un’incessante comunione con Gesù, contemplandone il volto nell’orazione senza sosta e servirlo con amore nei fratelli.

In questa nostra epoca, segnata dai richiami preoccupanti di una diffusa cultura del vuoto e del “non senso”, l’esempio e la testimonianza del vostro Beato costituiscono un esempio ed un incoraggiamento ad accogliere Cristo, il solo capace di rispondere appieno alle attese e alle inquietudini profonde del cuore umano. Per questo è sorta il 29 settembre del 1592, esattamente 415 anni or sono, la Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana; per questo essa continua ancor oggi la sua missione, cercando di mantenersi fedele allo spirito delle origini. Sono trascorsi 400 anni, ma non è invecchiato il carisma, perché annunciare e testimoniare il Vangelo, specialmente ai giovani e ai poveri, resta l’impegno prioritario della Chiesa e di ogni cristiano. Il vostro Fondatore ricorda però che, presupposto di questo impegno apostolico e antidoto di ogni pericolosa frammentazione interiore, è la santità.

Cari figli spirituali del Beato Cesare de Bus, mentre si concludono i festeggiamenti giubilari, voi siete giustamente “proiettati nel futuro”, come dice il tema di questa solenne giornata. Oggi, come allora, è urgente un annuncio autentico e coraggioso del Vangelo. Insieme ai laici vicini alle vostre realtà, consacrate voi stessi alla catechesi e alla formazione dei catechisti. Ricordate però che è la tensione verso la santità il vostro compito essenziale e prioritario. La santità è il migliore apporto che potete offrire alla nuova evangelizzazione, come pure la garanzia di un servizio autenticamente evangelico in favore dei più bisognosi della Parola di salvezza. Continuate ad annunciare con ogni mezzo la Parola che salva, sostenuti e incoraggiati da quanto Sua Santità Benedetto XVI vi ha scritto nel Suo già citato Messaggio: “Rimane sempre valida l’intuizione del beato Cesare de Bus, quella cioè di proclamare in modo integrale il messaggio di Cristo e di accompagnarne la predicazione con un sincero impegno di conversione, testimoniando con la propria esistenza l’amore misericordioso di Dio che salva. E’ questo il servizio che la Chiesa chiede alla vostra Famiglia religiosa”. Avanti, dunque, “in Domino”, fedeli agli esempi e agli insegnamenti del vostro Fondatore che dal cielo vi sostiene e vi protegge. Su di voi vegli materna Maria Ausiliatrice e Stella della nuova evangelizzazione! Amen!