La Congregazione

Da più di quattrocento anni i Padri della Dottrina Cristiana, sull’esempio del loro Fondatore, sono a servizio della catechesi. Rivediamo, seppur a volo d’aquila, alcuni aspetti dell’esperienza apostolica di questa Congregazione o meglio, ciò che da sempre l’ha caratterizzata: l’esercizio della Dottrina Cristiana.

Gli inizi

Come veniva visto p. Cesare dai suoi contemporanei? Cosa ha spinto alcuni a seguirlo nella nascente Congregazione? Ecco come viene descritto dal Marcel, primo biografo del de Bus, l’incontro di p. Cesare con Antoine Vigier: «Un giorno si presentò al p. Cesare de Bus un giovane sedicenne, attratto dal suo modo di vivere e gli dice: “P. De Bus, mi rimetto a lei, disposto ad attendere a qualsiasi impiego ed incarico anche il più umile della casa. C’è però una cosa che terrei per me: avere la libertà di fare il piccolo catechismo ogni giorno della mia vita; a questo compito mi sento fortemente chiamato da Dio”. Questo discorso così semplice piacque al p. Cesare e lo accolse nella sua comunità nascente».
Ecco i due elementi verso cui si è sentito attratto il p. Vigier: la vita comunitaria e l’esercizio della dottrina cristiana. Nel Verbale della prima riunione della Congregazione, avvenuta a L’Isle sur la Sorge il 29 settembre 1592, si afferma ancora più chiaramente questo concetto: “I convenuti sono del parere che per la continuità, l’efficacia e la facilità dell’esercizio della Dottrina Cristiana nei villaggi, nei cascinali, nei borghi come nelle grandi città sia indispensabile in ogni diocesi una casa dove possano riunirsi tutti i padri e i fratelli… Affinché poi questo divin seme possa crescere e moltiplicarsi, detta casa potrà fungere da seminario e da noviziato Del resto, l’attuale situazione ci vede dispersi ad Avignon, a Cavaillon, a Isle, a Menerbes; altri nostri confratelli sono sparsi qua e là; tutti lavoriamo al massimo delle nostre possibilità nel fare catechismo. Nonostante ciò, non possiamo aspettarci per ora un frutto abbondante a meno che ci riuniamo per fare vita comune secondo determinate regole”. Anche la lettera indirizzata al vescovo di Cavaillon mette in luce l’importanza della vita comunitaria per la missione catechistica: “Vi piaccia, Rev.mo padre, trovarci un qualunque luogo, onesto e conveniente, nel quale possano essere accolti i suddetti padri che già da lungo tempo si sono dati al catechismo. Altri ancora, animati dallo stesso scopo, vi potrebbero abitare, come in un seminario o in una casa di noviziato per fare crescere la divina semente. Se invece fossimo costretti ad operare separatamente, i risultati sarebbero ben modesti a dispetto del nostro massimo impegno. In realtà, sparpagliati come siamo, è difficile perseverare a lungo e conservare il primitivo fervore”.
Il risultato di queste riflessione della prima comunità dottrinaria si può vedere nelle prime regole del 1592 ed anche in quelle successive, redatte vivente il Fondatore. Nelle Prime Regole del 1592, si ha un filo rosso che congiunge le 12 brevi regole: l’esercizio della Dottrina Cristiana e la carità; esse sono il fondamento e la ragione dello stare insieme. Nella regola VIII si dice che una cosa è importante: che tutti siano ben radicati nella Dottrina Cristiana e nella carità; infatti “tutta la perfezione della nostra Congregazione ha come fondamento queste due virtù”.
Come veniva visto p. Cesare dai suoi contemporanei? Cosa ha spinto alcuni a seguirlo nella nascente Congregazione? Ecco come viene descritto dal Marcel, primo biografo del de Bus, l’incontro di p. Cesare con Antoine Vigier: «Un giorno si presentò al p. Cesare de Bus un giovane sedicenne, attratto dal suo modo di vivere e gli dice: “P. De Bus, mi rimetto a lei, disposto ad attendere a qualsiasi impiego ed incarico anche il più umile della casa. C’è però una cosa che terrei per me: avere la libertà di fare il piccolo catechismo ogni giorno della mia vita; a questo compito mi sento fortemente chiamato da Dio”. Questo discorso così semplice piacque al p. Cesare e lo accolse nella sua comunità nascente».

Ecco i due elementi verso cui si è sentito attratto il p. Vigier: la vita comunitaria e l’esercizio della dottrina cristiana. Nel Verbale della prima riunione della Congregazione, avvenuta a L’Isle sur la Sorge il 29 settembre 1592, si afferma ancora più chiaramente questo concetto: “I convenuti sono del parere che per la continuità, l’efficacia e la facilità dell’esercizio della Dottrina Cristiana nei villaggi, nei cascinali, nei borghi come nelle grandi città sia indispensabile in ogni diocesi una casa dove possano riunirsi tutti i padri e i fratelli… Affinché poi questo divin seme possa crescere e moltiplicarsi, detta casa potrà fungere da seminario e da noviziato Del resto, l’attuale situazione ci vede dispersi ad Avignon, a Cavaillon, a Isle, a Menerbes; altri nostri confratelli sono sparsi qua e là; tutti lavoriamo al massimo delle nostre possibilità nel fare catechismo. Nonostante ciò, non possiamo aspettarci per ora un frutto abbondante a meno che ci riuniamo per fare vita comune secondo determinate regole”. Anche la lettera indirizzata al vescovo di Cavaillon mette in luce l’importanza della vita comunitaria per la missione catechistica: “Vi piaccia, Rev.mo padre, trovarci un qualunque luogo, onesto e conveniente, nel quale possano essere accolti i suddetti padri che già da lungo tempo si sono dati al catechismo. Altri ancora, animati dallo stesso scopo, vi potrebbero abitare, come in un seminario o in una casa di noviziato per fare crescere la divina semente. Se invece fossimo costretti ad operare separatamente, i risultati sarebbero ben modesti a dispetto del nostro massimo impegno. In realtà, sparpagliati come siamo, è difficile perseverare a lungo e conservare il primitivo fervore”.

Il risultato di queste riflessione della prima comunità dottrinaria si può vedere nelle prime regole del 1592 ed anche in quelle successive, redatte vivente il Fondatore. Nelle Prime Regole del 1592, si ha un filo rosso che congiunge le 12 brevi regole: l’esercizio della Dottrina Cristiana e la carità; esse sono il fondamento e la ragione dello stare insieme. Nella regola VIII si dice che una cosa è importante: che tutti siano ben radicati nella Dottrina Cristiana e nella carità; infatti “tutta la perfezione della nostra Congregazione ha come fondamento queste due virtù”.

La vita comunitaria era ritenuta importante anche per migliorare nella metodologia della trasmissione della Dottrina Cristiana; infatti, che uno dei punti da discutere nella riunione del 29 Settembre era di lavorare insieme per trovare un metodo per fare l’esercizio della Dottrina Cristiana. Questo elemento è così importante che lo si troverà anche nelle regole del 1601, dove si dice che ogni anno, la vigilia di Pentecoste, si terrá una Congregazione generale in cui si troveranno tutti i padri e fratelli; ogni mese tutti gli Officiali della Congregazione si riuniranno per risolvere e mettere ordine riguardo all’avanzamento della Dottrina ((Cf. Memorial auquel est contenu…, 20.)). Inoltre la vita comunitaria doveva essere un modo per poter trasmettere ai nuovi arrivati lo spirito dottrinario, attraverso la vita spirituale, sotto la guida di un padre designato dal superiore, la S. Messa quotidiana, le preghiere del mattino e della sera, l’esame di coscienza, la recita del rosario nel giorno domenicale e, una volta al mese e nelle grandi feste, la confessione e la comunione; venivano istruiti nelle lettere umane e, se il rettore lo riteneva utile, anche nella musica; ma, soprattutto, i primi dottrinari ricevevano lo spirito della Congregazione attraverso lo stesso Fondatore, in particolare raccontato dai padri che lo avevano conosciuto e attraverso le deposizioni e le testimonianze al processo di beatificazione ((Cf. M. Venard, Réforme protestante, Réforme cattolique…, 755-756.)). A tutto ciò si univa la formazione intellettuale che, come abbiamo accennato, era previsto dalla regola XI; si ricordi, infatti, che i Seminari cominciavano a svilupparsi in questo periodo, per cui era importante che la stessa comunità provvedesse alla formazione dei suoi membri.

Le prime comunità dottrinarie erano caratterizzate da uno stile di vita semplice, essenziale ed efficiente (es. suppellettili, sistemazione funzionale della chiesa…) e dalla dedicazione alla dottrina piccola e grande, all’oratorio e all’ascolto delle confessioni. Viene trasmesso alla Congregazione ciò che il Fondatore aveva percepito nel suo cammino di ricerca, cioè che l’annuncio della Parola di Dio si fa, innanzitutto, con la testimonianza della vita, conciliando in maniera coerente la fede e la quotidianità della vita. Comunicare la Dottrina Cristiana al popolo, mediante un insegnamento rivolto a tutte le categorie di persone con parole semplici, poche formule ma ben esposte e facili da ritenere; promuovere una catechesi accessibile, comprensibile, vicina alla vita ed accompagnare il singolo e la comunità nella loro lenta ricerca di Dio ((Cf. Insegnamenti di Paolo VI…, 352-359.)). Questo è quanto Paolo VI disse il giorno della beatificazione del p. de Bus ed è il nucleo originale vissuto dalla prima comunità dottrinaria.

Ciò che è fondamentale per la vita di ogni dottrinario è anche l’orazione mentale. In una lettera del 1610 di Claire d’Albret a suo fratello il barone di Miossans, per raccomandargli i dottrinari che desideravano aprire una casa a Bordeaux, si trova scritto che, sull’esempio di Nostro Signore e degli apostoli, i dottrinari pregano la notte e al mattino, poi dedicano il giorno alla salvezza delle anime; si alzano generalmente alle 4 o 5, si dedicano per un’ora all’orazione mentale, fatto questo si dedicano alla dottrina piccola ((Le Costituzioni del 1673 prescrivono che i dottrinari devono alzarsi alle 4 del mattino ed offrire a Dio le primizie del giorno – i primitia dei e alle 4.30 ritrovarsi un chiesa per la meditazione e l’orazione mentale. Cf. J. De Viguerie, Une ouvre,,,, 277.)).

Le approvazioni pontificia e diocesana della Congregazione

P. Cesare ha sempre avuto nei Vescovi Bordini e Tarugi due consiglieri e punti di riferimento nel suo discernimento sulla fondazione della Congregazione. Il Breve di approvazione contiene una rielaborazione e conferma pontificia di quanto il Fondatore ha intuito e realizzato. Forse caso unico nella Chiesa, la Congregazione dei Padri Dottrinari ottiene prima l’approvazione pontificia nel 1597 e successivamente quella diocesana. Infatti, i padri, ignari dell’approvazione pontifica, chiesero ed ottennero l’approvazione diocesana nel 1598. La notizia dell’approvazione pontificia la ricevettero nel 1602, quando il p. Brantes torna da Roma con il Breve. Sulla scia delle Prime Regole, anche i documenti di approvazione pontificia e diocesana richiamano i due fondamenti della Congregazione: i membri svolgano l’esercizio della Dottrina Cristiana… per realizzare questa missione devono vivere una vita celibataria in comunità. Nel Breve di approvazione pontificia “Exposcit debitum”, del 23 Dicembre 1597, il papa Clemente VIII delinea le caratteristiche della Congregazione. Riguardo al carisma, egli afferma che alcuni zelanti fedeli di Avignone, animati dal desiderio di aiutare i cristiani a salvarsi, si sono riuniti in comunità con lo scopo di insegnare la Dottrina Cristiana, istruendo coloro che si trovano immersi nelle tenebre dell’eresia o dello scisma, ma anche facendo catechismo agli adulti, ai bambini, ai nobili e al popolo semplice. I membri di tale Congregazione devono “fare l’esercizio della Dottrina Cristiana”, soprattutto la domenica e nelle feste comandate, ai bambini e agli adulti che ignorano le realtà della fede; devono adoperarsi a formare il popolo di Dio all’osservanza dei Comandamenti e dei precetti della Chiesa; i sacerdoti, infine, siano disponibili ad ascoltare le Confessioni, ad annunciare la Parola di Dio e a celebrare la S. Eucaristia ((Cf. Breve Exposcit debitum, 148.)). Per realizzare questa missione nella Chiesa, i membri di questa famiglia religiosa devono condurre una vita celibataria in comunità; vivendo di carità ed elemosine e ponendo, in cassa comune, i guadagni provenienti dal lavoro dei laici e dai benefici ecclesiastici e patrimoniali dei Chierici. Si afferma che deve essere eletto, fra i presbiteri, un superiore, al quale tutti sono tenuti ad obbedire, inoltre devono darsi delle regole, mutarle se necessario, dietro approvazione dell’Ordinario e tenendo presenti i Decreti del Concilio di Trento.

Lo stesso decreto di approvazione fa riferimento anche a quegli uomini e donne che desiderano condurre una vita cristiana facendo parte di una Confraternita dedita all’esercizio della Dottrina Cristiana ((Tale Confraternita, che doveva costituire un ramo a parte dell’Istituzione e destinata all’istruzione catechistica, esisteva già ad Avignone ed era sorta per interessamento del Card. Tarugi. Essa venne affidata dallo stesso Arcivescovo ai Dottrinari i quali, nel giugno del 1601, la affidarono alle cure di p.Romillon.)).

Clemente VIII concede l’indulgenza plenaria a tutti coloro che visiteranno, alle solite condizione, una qualunque chiesa officiata dai Dottrinari nella ricorrenza liturgica della Festa dell’Annunciazione della B.V. Maria ((È interessante notare che, riprendendo le Regole del 1598, confermate nel 1605, il Definitorio del 1655, preoccupato di ristabilire la Congregazione al suo primo stato secolare, modifica il numero riguardante la Madonna ed afferma che la “festa dell’Annunciazione della Santa Vergine sarà la festa principale della Congregazione”. Questo è confermato nel Capitolo Generale del 1657 ed in quello del 1660 dove si afferma: “È stato stabilito che il giorno dell’Annunciazione della S. Vergine sarà la festa della Congregazione, secondo l’intenzione del nostro B. Padre”.)).

L’esercizio della Dottrina Cristiana nei secoli

Come affermano le Costituzioni del 1667 “il fine della Congregazione da sempre è stato e sempre dovrà essere quello di attendere costantemente alla propria e altrui salvezza soprattutto con l’insegnamento della Dottrina Cristiana secondo il catechismo romano”. Il Caput Summum delle Costituzioni al n. 1 specifica come dev’essere quest’esercizio della Dottrina Cristiana: “L’esercizio del nostro ufficio si divide in tre livelli, o specie di dottrine: dottrina piccola, media e grande. Questo metodo non solo ci è stato tramandato e prescritto dal Fondatore ma anche approvato e grandemente raccomandato dalla S. Sede”.

Lungo il corso dei secoli, in base alle esigenze dei tempi e dei luoghi, le attività che mettono in luce il carisma della Congregazione, sono mutate: dalla predicazione spicciola e occasionale, alle missioni, alle scuole… Tutto quanto serve per far conoscere ad ogni persona Gesù Cristo e la Dottrina Cristiana viene utilizzato dai padri. Questa convinzione è entrata nella tradizione dottrinaria, come ci dimostra il Caput Summum delle Costituzioni: «Nello svolgimento dei discorsi non siano proposte controversie, né sollevate questioni difficili o toccate novità dottrinali; invece siano frequenti i paragoni, gli esempi, scelti accuratamente; non vengano citati detti e fatti di scrittori pagani se non raramente e con somma prudenza, come pure le favole ed altre simili espressioni profane; non si facciano citazioni in greco o in ebraico, poche in latino e niente che non sia subito tradotto in lingua volgare e, se si tratta della Sacra Scrittura si aderisca al senso strettamente letterale. Non sia usato uno stile fiorito, raffinato e troppo ricercato, ma un linguaggio semplice e familiare, soprattutto pio ed idoneo a suscitare la devozione. Al termine si faccia una ricapitolazione per argomento delle cose dette e in tutto si segua il metodo di insegnamento che il Fondatore ha affidato attraverso i suoi scritti ed il suo esempio e raccomandato con le sue parole». Ed in altra parte si afferma: “La Congregazione assunse il compito di insegnare non solo nelle Chiese o nelle Basiliche delle città, ma anche in villaggi e cappelle rurali, nelle case private, nei campi, nelle cascine o nei borghi, sulle navi, nelle carceri, negli ospedali, durante i viaggi e passeggiate, nelle visite agli infermi ed agli amici; insomma dovunque e comunque veniva data occasione di evangelizzare”. Come non sentire in tutto questo lo spirito e l’apostolato del B. Cesare e dei primi dottrinari?

A proposito della efficacia dell’insegnamento e della predicazione dei primi dottrinari e del loro metodo, S. Vincenzo de Paoli disse: «Finalmente in Francia abbiamo dei preti che quando predicano, si sa quello che vogliono dire!». Ed in una conferenza ai suoi Missionari del 23 maggio 1659 disse: «Ho conosciuto un buon parroco dei dintorni della Rochelle, il quale avendo sentito dire che a Tolosa i Padri della Dottrina Cristiana predicavano semplicemente per farsi ben capire da tutti, ebbe un gran desiderio di ascoltarli, tanto più che fino ad allora non aveva sentito predicare altro che fastosamente, e gli dispiaceva come ciò fosse inutile per il popolo. Chiese pertanto il permesso al suo vescovo di andare a sentire queste novità, che sembravano conformi all’uso dei primi operai della Chiesa…Partì dalla sua parrocchia e andò a vedere quegli uomini apostolici, che predicavano tanto familiarmente che i più ignoranti potevano intenderli e ricordare le loro istruzioni. Ecco come la missione deve farsi».

Il Capitolo Generale del 1657 afferma che la Congregazione si impegna ad insegnare la Dottrina Cristiana piccola, media e grande con grande diligenza, umiltà e carità, “seguendo lo spirito della Chiesa primitiva e dei decreti o Concili, soprattutto quello di Trento, così come ci ha tramandato il nostro venerabile Fondatore” ((Mi sembra importante evidenziare che sia nel Capitolo Generale del 1647 sia in quello del 1653, si parla, oltre che dei voti di castità, povertà e obbedienza, anche di un voto semplice di “insegnare la Dottrina Cristiana”.)).

I Dottrinari, con passione e dedizione, cercarono di terre in pratica queste indicazioni. Vediamo alcuni ambiti in cui l’esercizio della dottrina cristiana, lungo il corso dei secoli, si è sviluppato ed ha trovato conferma da parte della competente autorità.

A servizio della catechesi mediante il Compendio della Dottrina Cristiana

Sull’esempio di p. Cesare, che era convinto che il Catechismus ad parochos, voluto dal Concilio di Trento, era scritto per i preti e non direttamente per i fedeli, ai quali doveva essere adattato, anche i dottrinari basarono la loro attività catechistica studiando attentamente il Catechismo del Concilio di Trento e il modo di proporlo “su misura”, senza però perderne in efficacia. Per questo prendevano spunto dalle cose e dai fatti del giorno per far riflettere come modellare e arricchire la propria vita alla luce della Parola di Dio e del Suo amore. Due esempi di dottrinari che scrissero dei Compendi della Dottrina Cristiana:

  • nel 1704 il p. Boriglioni venne trasferito a Roma, nella piccola Casa, con annessa una Chiesa, di S. Nicola degli Incoronati. Questa Casa fungeva dal 1659 anche come Casa della Procura Generalizia della Congregazione ed era l’unica casa dei Dottrinari a Roma. Fu soprattutto in questo periodo che p. Boriglioni scrisse il Compendio della Dottrina Cristiana. La sua struttura è molto semplice. La dottrina cristiana viene esposta in quattro parti: fede, speranza, carità e religione. Tutto è esposto sotto forma di domanda e risposta. Quest’opera ebbe ben 14 edizioni, con grande successo, in diverse parti dell’Italia. Con quest’opera, il p. Boriglioni, si inseriva nella tradizione catechistica della Congregazione della Dottrina Cristiana: la semplicità nell’esposizione, il rivolgersi al popolo semplice, la formulazione in domande e risposte;
  • fra le opere catechistiche che il dottrinario di Sospello P. Ottavio Imberbi, diede alle stampe, ricordiamo il libro “La Dottrina Cristiana secondo il metodo e la pratica dei Padri Dottrinari di Avignone”. Fu stampato a Viterbo nel 1710 e dedicato al Card. Santacroce, vescovo di quella città. Ebbe molte edizioni fatte in diversi tempi e in diverse città. Nel 1862 ci fu la 23° edizione e nel 1897 in Roma ci fu una ristampa con il titolo Compendio della Dottrina Cristiana. La prima volta che venne stampata questa “Dottrina”, fu onorata delle sagge riflessioni di S. Giuseppe Maria Tomasi, cardinale teatino ed era in uso in tutte le scuole pubbliche dirette dai Dottrinari.

A servizio della catechesi mediante le missioni popolari

Il Capitolo Generale della Congregazione del 1711 riconosce l’esperienza e il successo acquistato da p. Badou riguardo al suo modo di fare le missioni dottrinarie e l’incarica di redigere un piano sulle Missioni che potesse servire a tutta la Congregazione per rendere più uniformi ed utili le missioni al servizio della Chiesa e delle persone a cui esse venivano rivolte. Nel 1716 p. Badou pubblica un libro che ebbe un grande successo “Esercizi Spirituali con un Catechismo e Cantici per aiutare il popolo a profittare delle Missioni”. Il libro è un manuale ad uso del Missionario; in esso si trova tutto ciò che bisogna fare, vi è una raccolta di preghiere, cantici, di istruzioni ad uso dei fedeli e soprattutto una specie di “Giornale della Missione”. Il suo libro è una missione viva; nella prefazione, il p. Badou afferma: “Io lo pubblico così come l’insegno”. Ogni missione era formata da quattro o cinque dottrinari, uno dei quali era chiamato il “capo della Missione”. Le Istruzioni riguardavano essenzialmente due oggetti: la Penitenza e l’Eucaristia. Nel 1823 la “Biographie Toulousaine” presentava il p. Badou come il più illustre e il più santo dei Missionari del suo tempo.

A servizio della catechesi nelle scuole

Nel 1706, in preparazione dell’ingresso dei dottrinari a Civitavecchia, viene dato un memoriale sulla Congregazione al Card. Santacroce. In esso si afferma che scopo della Congregazione è «di stabilire un collegio per l’educazione della gioventù, e l’istruzione della Dottrina Cristiana. L’istituto consiste nell’educazione della gioventù nei collegi, dove insegnano tutte le scienze; nel formare gli ecclesiastici nei seminari; nell’istruire ed eccitare alla pietà il popolo nelle missioni e nell’insegnare per tutto e ad ogni sorta di persone la Dottrina Cristiana con metodo così facile, familiare e fruttuoso che è singolare alla loro Congregazione e con quel felice successo che gli dà il Signore Dio spargendo sopra di essa copiose benedizioni».

Nel 1854 p. Meloccaro, in occasione della sua rielezione a Superiore Generale, scrive una lettera a tutti i confratelli incentrata sull’importanza dell’esercizio della Dottrina Cristiana per ogni dottrinario. Afferma: «Le nostre Costituzioni altamente reclamano che se nei nostri collegi e nelle nostre scuole in corrispettività dei nostri impegni assunti debbono fiorire le scienze, la prima e principale cura per altro dei Precettori deve essere quella della Religione e della morale. Si è per questo che le medesime hanno saviamente stabilito che in ciascuna scuola abbiano luogo in ogni giorno lezioni e spiegazioni del catechismo..». E proseguendo avanti nella lettera, facendo riferimento al fatto che il Fondatore ci vuole “catechismo vivente”, afferma che una caratteristica importante per ogni dottrinario deve essere la semplicità nel parlare. In tal modo si raggiungono tutti gli uditori, ad imitazione del Fondatore, il cui stile era familiare e semplice, «i suoi discorsi ben connessi, giudiziosi e pronunciati con grazia, erano ascoltati con piacere e profitto non solo dalla plebe, ma anche dalle persone dotte». Continua p. Meloccaro dicendo che i dottrinari, oltre alla guida del popolo di Dio con l’insegnamento della Dottrina Cristiana, devono anche esercitare tutti i ministeri inerenti allo stato sacerdotale, quali il predicare, ascoltare confessioni, dirigere Seminari, parrocchie, Missioni.

L’insegnamento scolastico non impedisce la Dottrina, anzi ne è un’occasione privilegiata. I collegi italiani continuarono a seguire la tradizione importata dai padri francesi: il tempo riservato all’insegnamento catechistico è maggiore che nei collegi di altri istituti; la disciplina più indulgente; gli insegnanti aperti, equilibrati ed umani.

A servizio della catechesi nelle parrocchie e nelle scuole di catechismo

Nel 1725 viene affidata alla Congregazione la cura pastorale della parrocchia di S. Maria in Monticelli in Roma. Interessante notare che i dottrinari di S. Maria, oltre ad occuparsi della parrocchia, gestiscono una scuola e fanno catechismo nella Basilica di S. Pietro; infatti ogni domenica cinque Padri andavano nella Basilica per mettere a disposizione della popolazione il loro carisma. Questa prassi durò fino verso il 1900. Nel primo decennio del 1900 la Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana stava vivendo un periodo tanto difficile che aveva indotto la Congregazione dei Religiosi ad inviare un Visitatore Apostolico. Egli convocò tutta la Comunità e disse che a nome del Card. Vives-j-Tuto, Prefetto dei Religiosi, consegnava la direzione della Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana a Mons. Angelo Struffolini, già Segretario Generale dei Dottrinari, vescovo di Ascoli Satriano, che, per questo motivo, rinunciava alla guida della diocesi di Ascoli Satriano per rimettersi a servizio della Congregazione a tempo pieno. Questi si mise subito al lavoro presentando l’elenco del Consiglio Generalizio e dei Superiori di tutte le Case i quali furono approvati dal Prefetto della Congregazione dei Religiosi. Il primo pensiero del nuovo Preposito Generale fu quello di dare incremento alla Casa di Formazione e alle Case di Noviziato. Favorì l’organizzazione dei Padri di fare “l’esercizio della Dottrina Cristiana” in diverse Chiese romane. Il papa Benedetto XV, in udienza privata, volle sapere da mons. Struffolini come si stesse sviluppando la sua opera in favore della Congregazione e si rallegrò per l’iniziativa dei Catechismi e della nuova Casa di formazione. Il Padre Generale favorì anche la centralità di Roma e della Casa di S. Maria in Monticelli costituendo un Centro Catechistico. In accordo con il Vicariato di Roma aprì le Scuole Catechistiche che funzionavano a san Giovanni in Laterano, a san Sisto Vecchio, al Quo Vadis e alla Chiesetta del Crocifisso al Ponte Quattro Capi. La “rinascita” della Congregazione ha avuto come priorità la formazione e la catechesi.