Il Processo di Canonizzazione

Dalla morte al Decreto di Urbano VIII (1635)

Appena si seppe in Avignon la notizia che p. Cesare era morto, tutta la popolazione accorse nella Chiesa di S. Giovanni il Vecchio, dove era stata esposta la salma e tutti dicevano: “È morto un santo”. La fama della sua santità fu tale che, dopo un anno della sua sepoltura in luogo comune, fu riesumato e trasferito nella sua Chiesa di S. Giovanni il Vecchio, dove aveva onori di Beato.

Fu iniziato il processo di Beatificazione presso la Curia di Avignon, seguendo le norme ecclesiastiche del tempo e siccome p. Cesare era già venerato pubblicamente come Beato il processo non fu mandato a Roma per la continuazione dello stesso sotto la forma apostolica.

I Processi informativi iniziarono a Cavaillon e ad Avignone, auctioritate ordinaria, nel 1611, sotto il pontificato di Paolo V. Il primo Processo informativo ebbe luogo nel 1615 e terminò nel 1620. Le altre formalità continuarono fino al 1625, sotto il pontificato di Urbano VIII. In quell’epoca le procedure super fama sanctitatis et miracoli et super non cultu furono sospese a causa delle confusioni che agitavano la Congregazione dei Dottrinari, unita ai Somaschi dal 1616.

In seguito ai molti fatti prodigiosi che avvenivano sulla tomba del P. Cesare, ad un anno dalla morte, l’Arcivescovo Bordini ordinò la ricognizione del corpo che fu trovato “intatto e flessibile”, nonostante fosse in una tomba molto umida, perché inondata dal Rodano. Nel 1623 il nuovo arcivescovo di Avignone, Mons. Dolce fece erigere in Cappella la stanza dove il P. Cesare morì. Il 15 aprile dello stesso anno, anniversario della morte, la città di Avignone offrì una magnifica lampada votiva.

Nel 1635 il Papa Urbano VIII, per riordinare il calendario ecclesiastico a norma del Concilio di Trento, comandò che tutti i Santi e i Beati che non avessero ancora cento anni di culto pubblico dovessero riprendere il processo di Beatificazione da principio presso la sede di Roma, e intanto si doveva sospendere ogni forma di culto pubblico. Questo provvedimento causò problemi per la Causa di p. Cesare perché, nel frattempo erano morti tutti i testimoni “de visu et de auditu” che avevano deposto al primo processo diocesano di Avignon tenuto nel 1619. La Causa fu ripresa, dopo un breve periodo a Roma, con ulteriori problemi che si aggiunsero altri imprevedibili che ritardarono la fine del processo apostolico.

L’intervento di Benedetto XIV

Verso il 1740 si sparse a Roma la notizia che i Dottrinari di Francia avessero aderito al Giansenismo. P. Valentin, nel 1741, trovò la causa ferma proprio a questo punto. Frattanto molte istanze giungevano a Benedetto XIV per sollecitare la beatificazione. Il vescovo di Cavaillon scriveva in quello stesso anno: «La fama della santità del p. Cesare de Bus è ancora viva e cresce giorno dopo giorno».

P. Valentin non perse tempo, il 2 settembre 1742 era stato fissato un congresso per trattare l’introduzione della causa. Ma un altro problema subentrò: il giansenismo.

Il processo di Beatificazione del Fondatore fu sospeso. Il Postulatore, p. Valentin, si recò immediatamente in Francia, visitò tutte le Case. Nel 1744 si tenne il Capitolo Generale a Beaucaire dove si presero seri provvedimenti contro eventuali aderenti al Giansenismo. P. Valentin, tornato a Roma, portò al Papa i documenti approvati dal Capitolo Generale. Benedetto XIV fu così contento che scrisse una lettera al nuovo Superiore Generale, p. Francesco Mazenc, nella quale si congratulava con lui per quanto si era stabilito in Capitolo. La Causa fu ripresa. Lo stesso Papa superò d’autorità un’altra difficoltà che sembrava insuperabile: alle forti tentazioni di carne, che ebbe p. Cesare e che durarono per quasi tutta la vita sacerdotale, egli non aveva ceduto, anzi ne aveva preso occasione per condurre una vita di preghiera e di penitenza. Molti Consultori dichiaravano impossibile che una vita di santità potesse sussistere con tali tentazioni. Ma Benedetto XIV, in assenza del Card. Accaramboni, ponente della Causa, assunse personalmente la direzione della riunione, difese con molto calore p. Cesare e invitò a continuare senza più tornare indietro su tale questione. La causa di beatificazione del p. Cesare fu ripresa e il 28 marzo 1747 si tenne il Congresso. Il Papa stesso, caso unico nella storia, assunse l’incarico di Relatore, essendo morto pochi giorni prima il Card. Accoramboni, Ponente della Causa. Alla votazione il consenso fu unanime.

Ecco come racconta il tutto p. Valentin in una lettera al Rettore di Cavaillon:

«… finalmente, dopo oltre cento anni di postulazione, dopo mille tentativi infruttuosi, dopo tanti ostacoli e spese inutili, abbiamo avuto una Congregazione (dei Riti) forse la più onorevole e favorevole che mai si sia avuta: il Papa, con un atto specialissimo di bontà, ha voluto presiedere questa Congregazione, anzi, ha fatto ben di più, si è degnato di fungere personalmente da Ponente; ha parlato per oltre un’ora e con tanta eloquenza da far convergere a nostro favore tutti i voti dei ventuno cardinali. La causa doveva essere trattata il 24, vigilia dell’Annunciazione, ma la morte di tre Cardinali, avvenuta in meno di 13 ore, ha fatto sì che ci fosse la Cappella papale il 22, 23, 24, per le esequie. Sua Santità, a cui avevo già detto che ogni giorno mi pareva più lungo di un mese, con bontà e condiscendenza senza precedenti, determinò di riunire la Congregazione il 28 marzo, contro la regola ordinaria di non tenere mai congregazioni del genere né in questa settimana né in quella di Pasqua; inoltre volle felicitarsi con me davanti a tutti i cardinali assicurandomi che al più presto possibile mi avrebbe rilasciato un decreto quanto mai ambito e favorevole».

Il 6 aprile fu firmato il Decreto dell’introduzione della Causa 1747. La causa di beatificazione era introdotta, ma ancora il lavoro era tanto. P. Valentin partì subito, via mare, per Avignone. La sua nave fu inseguita dagli Algerini, che furono fortunatamente allontanati da una nave inglese. In questo viaggio p. Valentin fu colto da febbre maligna e dovette ricoverarsi in un ospedale di Marsiglia. Il 4 ottobre poté presenziare alla ricognizione del Corpo di P. Cesare. Avvenne con una certa solennità, alla presenza dell’arcivescovo, del vicario e di altri uomini illustri. Nel 1748 si eseguirono i Processi “non cultu” e la revisione degli scritti. Ad Avignone furono ritrovati 20 quaderni manoscritti e i 5 volumi stampati delle Istruzioni Familiari, a Maçon due manoscritti rilegati.

Finiti questi Processi, sulla fine del 1748 P. Valentin, con la febbre addosso, tornò a Roma e nel marzo e nell’aprile del 1749 ottenne i relativi Decreti. Gli scritti ebbero il plauso dagli esimi teologi. Le Istruzioni Familiari furono ritenute “molto utili”. Ottenuta l’approvazione, p. Valentin si rimette in viaggio per la Francia dove si trattiene dall’agosto del 1749 all’ottobre del 1753 per eseguire i Processi sulla santità e miracoli in genere e in specie. Il Decreto sulla validità di questi due processi l’ottenne nel maggio 1756.

Il Processo sembrava volgere favorevolmente alla fine ma nel 1789 a Parigi scoppia la Rivoluzione Francese che causò la distruzione della Congregazione dei Padri Dottrinari in Francia e la Causa di Beatificazione viene sospesa in attesa di tempi migliori.

1821: P. Cesare dichiarato Venerabile da Pio VII

Nel 1817, terminata la Rivoluzione Francese e avvenuta la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815, si diede opera della ricostruzione della Congregazione in Italia ad opera dei pp. Filippo Blancardi, Carlo Luigi Vassia, Pietro Silvestro Glauda, Giulio Bevilacqua-Valletti. Fu nominato Postulatore p. Vassia e la Causa di P. Cesare fu ripresa con l’aiuto dell’avvocato rotale Mons. Amici; in tre anni furono risolte tutte le difficoltà e l’8 dicembre 1821 Papa Pio VII emetteva il Decreto sulle Virtù praticate in grado eroico. P. Cesare fu dichiarato “Venerabile”.

1975: P. Cesare viene dichiarato Beato da Paolo VI

I due miracoli avvenuti per intercessione di P. Cesare, riconosciuti dalla Congregazione delle Cause dei Santi, con guarigione istantanea, perfetta e stabile sono stati: del Sig. Pasquale Savino, affetto da sindrome polmonare acuta, unita a insufficienza cardio-respiratorio; della Sig.ra Maria Bianco colpita da tumore alla tiroide che, manifestatosi repentinamente, si sviluppava con rapidità.

Il corpo del B. Cesare: da Avignone a Roma

P. Cesare morì ad Avignone in Francia il 15 aprile 1607. Non appena si sparse la notizia, tutti ripetevano: è morto un santo!
Dopo i solenni funerali, p. Cesare fu sepolto nella tomba della Congregazione ma, continuando il pellegrinaggio dei fedeli alla sua tomba e divulgandosi la fama dei miracoli avvenuti per sua intercessione, il Superiore dei Dottrinari parlò con l’Arcivescovo di Avignone, mons. Bordini, il quale acconsentì a dare a p. Cesare una sepoltura distinta nella chiesa di S. Giovanni il Vecchio. Fu fatta la ricognizione del corpo, che fu trovato intatto, nonostante fosse sepolto da oltre un anno in un luogo umido. Così p. Cesare fu collocato nella chiesa, anzi nella sacrestia, in un luogo elevato in modo che si potesse con facilità accedere e pregare. Restò in sacrestia per oltre 6 anni, finché fu collocato sotto terra, in una cappella della chiesa dove rimase fino al 1817. In questo anno, in esecuzione del piano regolatore della città, si doveva abbattere la chiesa e la casa di S. Giovanni il Vecchio. Il corpo di p. Cesare fu trasportato nella chiesa di S. Pietro, sempre in Avignone. Ma i Dottrinari d’Italia, sopravvissuti alla Rivoluzione francese, erano desiderosi di sapere dove si trovasse il corpo del loro fondatore. Per una serie di circostanze, sembrava che si fosse perduta ogni memoria del corpo, deposto sotto la chiesa di S. Pietro. Nel 1834 il console del Re di Piemonte ad Avignone venne a sapere che detto corpo era stato ritrovato e ne diede comunicazione ai Dottrinari di Sospello e di Ivrea. Furono fatte le pratiche necessarie per trasportare tale corpo in Italia, e precisamente a Roma, nella chiesa di S. Maria in Monticelli. Mons. Dupont, Arcivescovo di Avignone ed antico alunno dei Dottrinari, con gioia si diede da fare per procedere a tale trasferimento. Così nel 1836 i Dottrinari portarono il loro fondatore in Italia. Ma dovettero fermarsi ad Ivrea perché a Roma c’era la peste. L’anno successivo portarono il corpo di p. Cesare a Roma. I Padri andarono ad attenderlo a Ponte Milvio e lo accompagnarono a S. Maria in Monticelli. Nell’occasione sulla tomba venne posta la seguente epigrafe (in latino):
corpo del V. Servo di Dio CESARE DE BUS Fond. Congr. dei Preti della Dottr. Crist. Che visse anni 63, morì ad Avignon in Francia il 15 aprile 1607, trasportato nell’Urbe sotto il pontificato di Gregorio XVI e qui deposto l’8 degli idi di luglio 1837.
Dopo la riesumazione del 1924 si leggeva una nuova iscrizione latina, rimasta fino ai giorni nostro:
le sacre spoglie del ven. Cesare de Bus, fondatore dei preti secolari della Dottrina Cristiana, furono per autorità apostolica qui collocate il 15 novembre 1924.
In preparazione alla beatificazione, dal 10 al 15 luglio 1974, presso la Casa Generalizia, è stata eseguita la ricognizione canonica dei resti del p. Cesare da parte di un medico, alla presenza dei rappresentanti della Congregazione delle Cause dei Santi, del Superiore Generale e di alcuni confratelli. Questa è stata la quarta ricognizione canonica, dopo quelle del 1608 e del 1836 in Francia, del 1924 a Roma.
L’urna in cui sono collocati i resti mortali di p. Cesare (la maggior parte dello scheletro) dopo l’ultima riesumazione (luglio 1974) è una cassa d’acciaio, tipo tabernacoli. Sul lato anteriore, al centro, una croce in sbalzo, a sinistra la scritta “Corpo del Beato Cesare de Bus” e in basso una stola che avvolge la parola “catechismo”, a destra la scritta “Fondatore della Congregazione della Dottrina Cristiana” e in basso lo stemma e il motto della Congregazione.