Biografia

Cesare de Bus nasce a Cavaillon il 3 Febbraio 1544, settimo di una famiglia di tredici figli. La famiglia, d’origine italiana, era molto credente ed è qui che Cesare inizia ad amare e servire Dio. Durante gli anni degli studi, dapprima compiuti a Cavaillon e successivamente ad Avignone, presso i Gesuiti, vive in maniera intensa la preghiera. Per le sue doti spirituali e caritative, non ancora ventenne, fu scelto come priore dell’associazione laicale dei Penitenti neri. Incalzando le “guerre di religione” partì per combattere con animo valoroso, ma si mostrò sempre pieno d’attenzione verso i poveri e i feriti. Tornato a casa per malattia, dopo qualche anno andò alla corte di Francia dove si trovava già il fratello Alessandro promosso colonnello della Guardia Reale; in questo periodo vive la vita di Corte, fatta soprattutto di divertimento e feste e diventa un cortigiano ambizioso e sfaccendato come tanti altri. Tornato a Cavaillon, pur disgustato della vita di corte, non mutò atteggiamenti ed abitudini passate.

Il cammino spirituale

La conversione, anche se intesa soprattutto come passaggio da una vita “tiepida” ad una vita “fervorosa”, avvenne, in particolare ad opera di due persone semplici: Antonietta Reveillade, contadina e dama di compagnia in casa de Bus, e Luigi Guyot, sacrestano della cattedrale di Cavaillon e sarto di mestiere. Due avvenimenti segnarono il passo decisivo: una sera Antonietta lo invita a raccomandarsi al Signore prima di uscire e Cesare segue il consiglio. Dopo una cinquantina di passi si ferma e pensa: “Miserabile! Vai a fare il male e ti raccomandi al Signore!”. Torna a casa e ne parla con Antonietta e insieme si mettono a pregare. Dopo qualche giorno passa da casa sua un amico che lo invitò ad uscire come al solito. Vista l’insistenza dell’amico, accetta ma, giunto al ballo, trova privi di interesse i divertimenti di prima ed esce e si mette a vagare nella notte. Passando davanti alla Cappella delle Suore Clarisse, udì il canto della Liturgia delle Ore, si fermò ad ascoltare e pensò: “Queste giovani vergini vegliano per lodare Dio, tu invece corri per offenderlo”. A queste parole provò dispiacere, si inginocchiò davanti alla porta della Chiesa e implorò perdono per i peccati commessi. Il mattino successivo chiese di parlare con il p. Péquet, fece la confessione generale e ricevette l’indulgenza dell’anno giubilare: era l’anno santo 1575!

Questi due avvenimenti indicano chiaramente come Cesare non sopporta la frattura tra comportamento di vita quotidiana e fede e, in entrambe le situazioni, notiamo la stessa conclusione, immediata e risolutrice: uniformare la propria vita alla fede. Quest’ansia di autenticità costituirà uno dei fondamenti della spiritualità del Fondatore. Un altro motivo dominante, che accompagnò il B. Cesare in tutta la sua vita, fu una grande fiducia in Dio, che mostra la sua infinita misericordia nella missione salvifica di Cristo morto in croce per riscattarci dal peccato. A tanto amore egli rispose con una vita di penitenza ed austerità e con un amore incondizionato a Gesú sofferente e crocifisso a causa del peccato. Questo lo porterà ad avere una profonda devozione alla Passione di Cristo. Dunque il Signore imprimeva nel suo servo due disposizioni fondamentali: la coscienza del suo nulla e l’abbandono totale.

Fin dall’inizio della sua “conversione”, Cesare si dedica con grande slancio alle opere di misericordia, soprattutto in favore dei poveri, dei bisognosi, delle ragazze che desideravano entrare in convento ma non avevano la dote, dei giovani senza titolo patrimoniale per accedere al sacerdozio e dei malati.

Nel 1583, coadiuvato da p. Bellintani, cappuccino, organizza una Confraternita dedicata a S. Bernardo, di cui Cesare era molto devoto, per quelle persone, per lo più laici che, attraverso la vita spirituale e l’apostolato, volevano diventare “uomini nuovi”, secondo il Vangelo. In quel periodo di guerra, carestia e fame, Cesare percorre le strade per soccorrere i bisognosi. A trentadue anni si rimette a studiare con coraggio e umiltà. Nello stesso tempo va spesso a pregare alla Certosa di Villeneuve-les-Avignon, ma Dio non lo chiama alla vita claustrale, così ritorna in Diocesi e si prepara ad essere ordinato sacerdote. Una domenica d’Agosto del 1582 riceve l’Ordinazione e, sin dai primi mesi di sacerdozio, si dedica all’apostolato: chiama i canonici per fare “oratorio”, cioè meditazioni, preghiere, conferenze; riunisce chiunque volesse crescere nella vita spirituale; si dedica alla riforma del Monastero delle Monache Benedettine di Cavaillon.

La conversione, anche se intesa soprattutto come passaggio da una vita “tiepida” ad una vita “fervorosa”, avvenne, in particolare ad opera di due persone semplici: Antonietta Reveillade, contadina e dama di compagnia in casa de Bus, e Luigi Guyot, sacrestano della cattedrale di Cavaillon e sarto di mestiere. Due avvenimenti segnarono il passo decisivo: una sera Antonietta lo invita a raccomandarsi al Signore prima di uscire e Cesare segue il consiglio. Dopo una cinquantina di passi si ferma e pensa: “Miserabile! Vai a fare il male e ti raccomandi al Signore!”. Torna a casa e ne parla con Antonietta e insieme si mettono a pregare. Dopo qualche giorno passa da casa sua un amico che lo invitò ad uscire come al solito. Vista l’insistenza dell’amico, accetta ma, giunto al ballo, trova privi di interesse i divertimenti di prima ed esce e si mette a vagare nella notte. Passando davanti alla Cappella delle Suore Clarisse, udì il canto della Liturgia delle Ore, si fermò ad ascoltare e pensò: “Queste giovani vergini vegliano per lodare Dio, tu invece corri per offenderlo”. A queste parole provò dispiacere, si inginocchiò davanti alla porta della Chiesa e implorò perdono per i peccati commessi. Il mattino successivo chiese di parlare con il p. Péquet, fece la confessione generale e ricevette l’indulgenza dell’anno giubilare: era l’anno santo 1575!

Questi due avvenimenti indicano chiaramente come Cesare non sopporta la frattura tra comportamento di vita quotidiana e fede e, in entrambe le situazioni, notiamo la stessa conclusione, immediata e risolutrice: uniformare la propria vita alla fede. Quest’ansia di autenticità costituirà uno dei fondamenti della spiritualità del Fondatore. Un altro motivo dominante, che accompagnò il B. Cesare in tutta la sua vita, fu una grande fiducia in Dio, che mostra la sua infinita misericordia nella missione salvifica di Cristo morto in croce per riscattarci dal peccato. A tanto amore egli rispose con una vita di penitenza ed austerità e con un amore incondizionato a Gesú sofferente e crocifisso a causa del peccato. Questo lo porterà ad avere una profonda devozione alla Passione di Cristo. Dunque il Signore imprimeva nel suo servo due disposizioni fondamentali: la coscienza del suo nulla e l’abbandono totale.

Fin dall’inizio della sua “conversione”, Cesare si dedica con grande slancio alle opere di misericordia, soprattutto in favore dei poveri, dei bisognosi, delle ragazze che desideravano entrare in convento ma non avevano la dote, dei giovani senza titolo patrimoniale per accedere al sacerdozio e dei malati.

Nel 1583, coadiuvato da p. Bellintani, cappuccino, organizza una Confraternita dedicata a S. Bernardo, di cui Cesare era molto devoto, per quelle persone, per lo più laici che, attraverso la vita spirituale e l’apostolato, volevano diventare “uomini nuovi”, secondo il Vangelo. In quel periodo di guerra, carestia e fame, Cesare percorre le strade per soccorrere i bisognosi. A trentadue anni si rimette a studiare con coraggio e umiltà. Nello stesso tempo va spesso a pregare alla Certosa di Villeneuve-les-Avignon, ma Dio non lo chiama alla vita claustrale, così ritorna in Diocesi e si prepara ad essere ordinato sacerdote. Una domenica d’Agosto del 1582 riceve l’Ordinazione e, sin dai primi mesi di sacerdozio, si dedica all’apostolato: chiama i canonici per fare “oratorio”, cioè meditazioni, preghiere, conferenze; riunisce chiunque volesse crescere nella vita spirituale; si dedica alla riforma del Monastero delle Monache Benedettine di Cavaillon.

Il catechista

Nel 1584 Cesare conosce indirettamente S. Carlo Borromeo, attraverso l’Arcivescovo d’Aix-en-Provence mons. Canigiani, italiano, grande ammiratore di S. Carlo. Cesare rimane entusiasta di tutto ciò che sente sul conto di S. Carlo e decide di imitarlo in tutto, in particolare nell’insegnamento della Dottrina Cristiana rivolta ai piccoli e alle persone semplici e nella vita di penitenza che il Santo Arcivescovo praticava. Nel 1586, per due anni circa, Cesare si ritira presso l’eremo di S. Giacomo, che domina Cavaillon. In questo luogo, anche se non in totale solitudine, si dedica alla preghiera, alla meditazione soprattutto del catechismo “ad parochos” , organizza processioni penitenziali, predica nelle campagne, insegna la dottrina cristiana ai pastori, alla gente semplice. In questi anni decide d’essere catechista!

Il canonico Rainaudi, nella sua testimonianza al processo di beatificazione del de Bus, dice: «P. Cesare ebbe sempre un grande desiderio di istituire e fondare una Congregazione di Preti “riformati” che vivessero con regole e statuti sotto l’obbedienza di un superiore. Aveva cominciato a gettare i primi inizi raccogliendo quattro o cinque ecclesiastici nella cappella di S. Andrea nell’episcopio di Cavaillon ove facevano diversi esercizi spirituali: un’ora di meditazione e poi si conferiva sopra quello che si era meditato»

Don Thossan, sempre nel processo di beatificazione, afferma: «Il de Bus ha introdotto la dottrina cristiana in Cavaillon e ha continuato a farla per tutto il tempo che vi dimorò. Né si contentava di farla da se stesso nella cattedrale, ma istruiva ancora giovanetti che lo seguivano e li mandava a fare la dottrina nei dintorni di Cavaillon».

I decreti del Concilio di Trento e l’esempio di S.Carlo Borromeo furono le regole d’oro del suo apostolato. Ciò che a lui premeva era di presentare la dottrina di Cristo, vigorosamente richiamata dal Concilio di Trento, con un linguaggio comprensibile a tutti. Infatti egli capì l’urgenza di presentare alla gente una predicazione accessibile ed efficace e si adoperò con tutte le sue forze in questo servizio apostolico. La sua originalità consiste nell’usare e adattare liberamente quanto gli poteva servire, senza badare al metodo e ai mezzi, se fosse di matrice cattolica o protestante.

Cesare ha donato tutta la sua vita alla catechesi, specie per i più piccoli, poveri e bisognosi…e tutto questo con grande passione! Faceva una catechesi chiara, ripetitiva, progressiva, motivata, volta alla vita e intrisa della Parola di Dio. Cesare de Bus non catechizzava dal pulpito, ma stava in mezzo ai suoi uditori: parlava ad essi, dialogava con essi, li interrogava e rispondeva alle loro domande e difficoltà, dipingeva, cantava, faceva fare dei lavoretti manuali!

Cesare era convinto che il “Catechismo dei parroci”, voluto dal Concilio di Trento, era scritto per i preti e non direttamente per i fedeli, ai quali doveva essere adattato, dosato, chiarito; studiava attentamente come proporlo “su misura”, senza però perderne in efficacia, perché la catechesi è per la vita, quella che è concretamente per ciascuno dei catechizzati. Per questo prendeva spunto dalle cose e dai fatti del giorno per far riflettere come modellare e arricchire la propria vita alla luce della Parola di Dio e del Suo amore.

Il sistema graduale consisteva nel presentare l’essenziale della dottrina in due cicli:

la dottrina piccola: rivolta a chi non sapeva nulla, quindi soprattutto ai bambini e agli ignoranti, i quali imparavano le preghiere, il segno della Croce, i comandamenti e i sacramenti attraverso il dialogo e la memoria;

la dottrina grande: pur mantenendo la concretezza del linguaggio, era fatta dal pulpito la domenica e nelle feste solenni e consisteva in un’ampia e facilissima spiegazione del Simbolo degli Apostoli, del Padre Nostro, dei Comandamenti, dei Precetti della Chiesa e dei Sacramenti.

Senza dubbio si tratta di un programma classico di catechesi, così come lo prevedeva il Concilio di Trento nel suo catechismo. Il de Bus, tuttavia, rendeva viva ed attraente l’esposizione mediante il dialogo, la libera discussione o addirittura con delle sacre rappresentazioni. Utilizzava cartelloni catechistici da lui dipinti, esposti alla porta della chiesa, quale sussidio per facilitare la comprensione delle verità che spiegava; la musica e la poesia per rendere interessante e piacevole l’insegnamento; donava premi in libri, rosari, croci ed immagini sacre per destare e mantenere l’impegno. Tale modo di fare suscitò critiche e opposizioni soprattutto da parte di qualche ecclesiastico, ma Cesare andò avanti imperterrito nella sua opera. Le spiegazioni, rafforzate da molti e appropriati passi della S. Scrittura, venivano da un uomo pieno dello spirito di Dio, il quale sentiva e praticava quello che insegnava.

Il fondatore

Attratti dal suo modo di fare apostolato, altri preti e laici vollero seguire il suo esempio e così, il 29 Settembre 1592, ci fu la prima riunione di quella che sarebbe stata la Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana. Non si pensava ad un Ordine classico, con voti e regole perché ciò era visto come un ostacolo al fine che si proponevano. Nel 1593 ottennero da mons. Tarugi, Arcivescovo d’Avignone, un convento dove risiedere. Qui cominciarono subito l’esercizio della dottrina cristiana.

P. Goudour, nel libro che ha scritto su p. Cesare, riporta questa affermazione del Fondatore: «Benchè la nostra Congregazione sorga per provvedere alla salvezza di tutti, indistintamente, tuttavia il suo fine, se non totale, almeno nella massima parte, è quello di istruire i poveri e quelli di più umile condizione. Felici noi, fratelli carissimi, chiamati da Dio a sfamare tanti poveri! Nessuno di noi respinga i piccoli, anzi attiriamoli nel miglior modo possibile, poiché “di tali è il regno dei cieli”, cioè il regno della Dottrina Cristiana che insegna la via del Cielo. Noi saremo vicari di Cristo se saremo apostoli dei poveri. A noi il Signore ha dato questo incarico: di essere gli aiutanti del Signore e suoi vicari nell’insegnare la dottrina cristiana. Questo è il nostro scopo; per questo siamo chiamati dottrinari. Volesse Iddio che i Padri della Dottrina Cristiana si diffondessero in tutto il mondo e che vi fossero tante Case della Dottrina Cristiana quanti sono i campanili e quante sono le parrocchie!».

Gli ultimi anni

Nel 1594 inizia per Cesare il periodo della prova sia fisica, causata in particolare da un affievolimento della vista che da lì a pochi anni lo porterà alla cecità, sia morale, dovuta a problemi economici, al non vedere realizzato il suo progetto, alla separazione del suo più grande collaboratore: p. Romillon. Quest’ultimo, non intendendo vivere in un Istituto che ben presto avrebbe imposto i voti ai suoi membri, diede origine agli Oratoriani della Provenza. Nonostante tutto, p. Cesare continuava ad avere l’appoggio del nuovo Arcivescovo d’Avignone, mons. Bordini, il quale nel 1598 diede alla Congregazione un riconoscimento giuridico; p. Cesare fu eletto Rettore e Superiore Generale della Congregazione. Nel 1600 egli ricevette il Breve di approvazione pontificia, che era datato 23 Dicembre 1597. La scissione con il p. Romillion generò ulteriori problemi a livello economico fra gli Oratoriani del Romillon ed il de Bus, vertenza che si trascinerà dal 1605 fin dopo la sua morte. Quando morì il 15 Aprile del 1607, la Congregazione contava solo tre case e i pochi padri erano tutti attorno al letto di morte a raccogliere l’ultimo esempio del padre.